La Regina e il Servo compiacente

La Regina

C’era una volta una regina. Questa regina non doveva regnare, avrebbe dovuto essere, al massimo, una duchessa, ma poi, per una serie di divisioni del regno, si trovò con la corona in testa. Una volta nominata regina ella cominciò a perdere il senso della misura. Trovava infatti che i suoi sudditi non ne riconoscessero abbastanza la maestà. “Sono la regina più regina di tutti i reami”, diceva pensando, in realtà, e temendo, che qualcuno si ricordasse che non era una regina sin dalla nascita. Questa regina aveva una paura terribile di non essere più regina, proprio per questo chiedeva, continuamente, manifestazioni di riconoscimento della propria maestà da parte dei sudditi. I dignitari della corte si prodigavano organizzando parate e sfilate nella quale alla regina veniva reso omaggio da schiere di sudditi, ma nonostante il grande impegno profuso questi sforzi venivano premiati soltanto da una breve fase di serenità della regina. Dopo pochi giorni, o addirittura dopo poche ore, la regina riniziava la propria litania: “Io sono la regina più regina che c’è, non c’è nessuna più regina di me”. Passarono gli anni e l’insofferenza della regina diventava sempre più impossibile da sostenere, non c’era rimedio alcuno ed anche le parate, le feste, i tornei che i dignitari organizzavano con cadenza settimanale le davano una tranquillità passeggera che sempre più spesso durava solo il tempo dell’evento stesso. A un certo punto la Regina decise che per dare conto e dimostrazione della propria maestà occorresse non farsi vedere. Inutilmente i dignitari cercarono di convincerla: “Ma maestà, voi che siete la regina più regina di tutte le regine, come potete negare al vostro popolo la vostra presenza?” La Regina, però, si sentiva lusingata proprio da questo pensiero, non vedendomi, pensava, mi attribuiranno chissà quali pensieri e quali caratteristiche, mi ammanterò di mistero. Fu così che la regina si fece chiudere nella torre più inaccessibile del castello, soltanto pochissime persone potevano accedervi, che furono, in poco tempo, ridotte ulteriormente, alla fine si fece chiudere in una sola grande stanza dalla quale riceveva, da una piccola fessura, tutto ciò di cui aveva bisogno e dalla quale faceva uscire i propri ordini. Da una finestra, altissima, vedeva il mondo da lontano e fu così, che con il passare degli anni, finì per accorgersi sempre meno dei cambiamenti, delle modificazioni, delle invenzioni, di ciò che insomma stava cambiando fuori dal castello. I suoi ordini finirono per essere non soltanto capricciosi, ma poi sempre più bizzarri perché non avevano nessuna relazione con il mondo reale al di fuori. E fu così, che con il tempo, nessuno finiva per dargli retta, soltanto i nobili le leggevano, perché, non si sa mai, ogni tanto la regina chiedeva, da dietro la porta, di parlare con qualcuno di essi e verificava se conoscessero le sue leggi, le sue regole, i suoi editti. Impietosa com’era se qualcuno esitava, o balbettava, o non ricordava qualcosa o non era abbastanza ossequiente immediatamente lo degradava a semplice cittadino, facendogli perdere, seduta stante, ogni privilegio che la condizione di nobile ancora comportava… Il mondo fuori, con il tempo, finì per dimenticarsi del tutto della regina e viveva e prosperava come se la regina nemmeno esistesse.

Il servo compiacente

C’era una volta un servo che voleva fare contento il proprio padrone.

Il padrone gli chiedeva di sellare un cavallo e lui ne sellava due: non si sa mai, diceva, che il padrone potesse cambiare idea e aver bisogno di due cavalli, magari vuole farsi accompagnare da suo figlio; il padrone gli chiedeva di approntare un banchetto per venti ospiti e lui lo preparava per quaranta, non si sa mai, diceva al personale di cucina che si lamentava, e se all’ultimo momento il nostro padrone avesse voglia di invitare altri amici? E se arrivassero dei parenti da lontano all’improvviso? Il padrone gli ordinava di rimettere a posto una stalla e lui faceva in modo e disponeva che fosse messa a posto la stalla, la cantina ed anche la casa stessa, che non si sa mai. Il padrone era tutto contento di quel servo così ligio, nemmeno devo dirgli le cose, pensava tra se e se che già le ha fatte e fa sempre qualcosa in più… Con il passare del tempo, però, il padrone iniziò a stufarsi, ogni festa che dava gli costava il doppio del previsto e non ci faceva nemmeno bella figura, gli invitati mormoravano: “guarda quanta roba, almeno la metà degli invitati non devono essere venuti, che ci sia qualcosa che non va?”. Il servo non ci faceva caso era così indaffarato nei preparativi che nemmeno badava agli ospiti, per lui la cosa importante era che tutto funzionasse come un orologio.

Fu così che ad ogni festa partecipò qualche ospite in meno ed il servo, quando gli fu detto, pensò che fosse colpa di una preparazione non efficace, ed allora raddoppiò gli sforzi, con la conseguenza che ad ogni ricevimento lo sfarzo aumentava e gli ospiti diminuivano, sembrava proprio che tutto fosse stato preparato per un numero molto più grande degli ospiti realmente presenti. Alla fine il padrone convocò il servo e gli disse: “quello che organizzi tu è sempre perfetto, tutto ha una logica ed una preparazione perfetta, ma è mai possibile che tu non riesca a capire quello che mi serve in realtà?”. Il servo rimuginò e rimuginò sulle parole del suo padrone e alla fine si risolse nel portargli grandi schemi e progetti, pieni di numeri e frecce, di disegni e schizzi per la festa successiva, ma il padrone, non appena vide tutti quei preparativi, seppure su carta, si spazientì e lo cacciò dicendo: “Hai fatto molto più di quello che dovevi fare, ogni volta, ma per preparare tutto ti sei dimenticato dei miei ospiti”.

 Le due brevi storie proposte costituiscono la metafora di due atteggiamenti che le scienze umane hanno avuto nei confronti della ricerca e del modo di farla (o di non farla).

Estratto da “Appunti di ricerca educativa”, Pensa Multimedia edizioni

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