Sul matrimonio e l’adozione per gli omosessuali (Elisabeth Roudinesco, traduzione Luciana Tartaglia)

Intervento di Elisabeth Roudinesco alla Commissione delle Leggi dell’Assemblea Nazionale il 15 novembre 2012 (Francia). Ancora un fortissimo ringraziamento a Luciana Tartaglia che mi ha risparmiato la fatica della traduzione.

 

Il video dell’intervento

Nota di Federico Batini: per prima cosa vorrei ringraziare Luciana Tartaglia per avermi prima segnalato e poi persino tradotto questo intervento. Inoltre vorrei sottolineare l’importanza civile di un intervento di una studiosa così preparata e così dotata di esperienza (anche personale) per un tema così delicato e che ci riguarda da vicino. Infine vorrei sottolineare, ancora una volta, il potere della narrazione, la Roudinesco con l’immortale personaggio di Jean Valjean ci consegna significati che nessuna spiegazione avrebbe potuto renderci noti.

Signor Presidente della Commissione per le leggi, Signor relatore, signore e signori parlamentari, vi ringrazio di avermi fatto l’onore di invitarmi a questa audizione su un argomento cui ho dedicato diversi miei lavori in quanto storica della famiglia, della sessualità, della psicanalisi e delle psichiatria.
Mi permetto di anche di parlarne come testimone, perché mia madre, Jenny Aubry, pediatra, medico ospedaliero e psicanalista si è occupata per tutta la sua vita dell’infanzia in difficoltà: bambini abbandonati, in affidamento, maltrattati, malati, ipercognitivi, bambini in attesa di adozione e di affiliazione.
Io sono favorevole a questa legge, e come numerosi miei colleghi sociologi, antropologi e storici che voi avete già ascoltato, penso a Irène Théry, sono rimasta sorpresa della violenza con la quale, di nuovo, gli omosessuali sono stati stigmatizzati nel loro desiderio di formarsi una famiglia e, di conseguenza, di beneficiare, attraverso il matrimonio, di diritti uguali a quelli delle persone eterosessuali.

Si può capire che dei religiosi possano essere contrari a questa mutazione della questione del matrimonio, perché essi hanno una visione immutabile e essenzialista della famiglia, secondo cui il padre è il sostituto di Dio e la differenza biologica-anatomica dei sessi il fondamento di ogni diritto naturale.

Ma da parte degli specialisti della psiche, che si occupano di famiglie problematiche, questo mi sembra incomprensibile, proprio come quando si fa appello a quel che fu e a quel che è nella storia della psicanalisi la concezione froidiana della famiglia.
Mai e poi mai si troverà nell’opera del fondatore della psicanalisi ciò che una parte dei suoi eredi pretendono di affermare oggi: che il matrimonio omosessuale costituirebbe la fine della famiglia, che sarebbe una negazione della differenza fra i sessi, una disgrazia per i bambini, condannati ad avere genitori pervertiti, condannati ad essere senza domicilio filiativo, senza legge del padre separatore….. Non solo Freud non considerava che gli omosessuali fossero esseri non umani ma, a tempo debito, ha manifestato chiaramente la sua volontà di depenalizzare questa forma di sessualità.
Inoltre non ha pensato per un solo momento che la famiglia potesse basarsi sul primato della differenza biologica dei sessi poiché questa si è un”evidenza e non una costruzione e infine, nella sua vita ha accettato che sua figlia Anna allevasse i figli della propria compagna e ha considerato che si trattasse di una famiglia: queste sono parole. Dunque non facciamo dire a Freud quel che non ha mai detto se non per cadere in un anacronismo che ogni storico deve criticare.
E d’altronde l’ambiente psichiatrico-psicanalitico su questo tema è diviso da una petizione firmata da 1500 psichiatri, psicologi e psicanalisti che manifestano la loro indignazione davanti a quella che chiamano l’omofobia dei loro colleghi.
In realtà ciò a cui noi assistiamo oggi non è una rivoluzione che porterebbe alla sparizione delle famiglie, ma ad un’evoluzione che al contrario la perpetua: il desiderio degli omosessuali di entrare nell’ordine della procreazione, cioè in un ordine familiare, da cui prima erano esclusi. Questo desiderio di norma che si osserva da trent’anni è la conseguenza della depenalizzazione dell’omosessualità nelle società democratiche ma anche di quell’ecatombe che è stata l’AIDS.
Voler riprodursi in quanto iscritto nell’ordine familiare è anche desiderio di vita e di trasmissione.
Ed è questa aspirazione alla normalità che disturba gli oppositori della legge, perché fondamentalmente essi, seppure non omofobi, vorebbero mantenere al giorno d’oggi l’immagine dell’omosessuale pervertito incarnato da Proust o Oscar Wilde: ai loro occhi l’omosessuale deve restare clinicamente perverso, cioè fuori dell’ordine procreativo.

Eppure, il ventaglio delle culture è abbastanza vasto da permettere una infinita variazione di modalità di organizzazione familiare. Per dirla in altro modo, bisogna ammettere che è all’interno dei due grandi ordini del biologico (differenza sessuale) e del simbolico (proibizione dell’incesto e altre interdizioni) che si sono dispiegate durante i secoli , non soltanto le trasformazioni proprie dell’istituzione familiare, ma anche la modificazione dello sguardo su di essa nel susseguirsi delle generazioni. Una volta accettata questa definizione, bisogna ritornare alla questione storica.
Basata, durante i secoli, sulla sovranità divina del padre, la famiglia occidentale si è trasformata in una famiglia biologica dall’inizio del XIX secolo, con l’avvento della borghesia che assegnava alla maternità un posto centrale. Il nuovo ordine familiare poté allora controllare il pericolo che rappresentava il ruolo della donna, a costo della messa in discussione del vecchio potere patriarcale.
Dal declino di questo di cui Freud si fece testimone e principale teorico, nacque un processo di emancipazione che permise alle donne di affermare la loro differenza – in particolare separando maternità, desiderio e procreazione e volendo accedere al lavoro -, ai bambini di essere guardati come soggetti e non come imitazione degli adulti e agli omosessuali di normalizzarsi e non esser considerati dei pervertiti. Questo cambiamento generò angoscia e disordini particolari, legati al terrore dell’abolizione della differenza fra i sessi, con in cima al cammino, la prospettiva di una dissoluzione della famiglia. Alla fine del XIX secolo, si temeva che le donne, lavorando, diventassero degli uomini e che fosse quindi abolita la differenza fra i sessi. E oggi.si ha paura di questa stessa abolizione che verrebbe, ci viene detto, dagli omosessuali desiderosi anche loro di avere una famiglia.
Ma ciò che fonda la famiglia sul piano antropologico, non è soltanto la differenza biologica fra i sessi – che non implica d’altronde l’esistenza di un padre reale, di una madre reale ma dei sostituti: è anche e soprattutto la proibizione dell’incesto e la necessità dello scambio: servono delle famiglie affinché la famiglia esista e c’è bisogno della proibizione per assicurare ciò che ci differenzia dagli animali: il passaggio dalla natura alla cultura.
E che io sappia mai gli omosessuali che hanno allevato dei bambini hanno preso le distanze da questa necessità.
E sicuramente è su questa questione, più che su quella delle differenze biologiche, che Freud ha, a suo tempo, sposato le trasformazioni della famiglia collegando le nevrosi borghesi alle tragedie antiche, cioè alla domanda di ognuno sulla propria origine: da dove vengo, chi sono. Questa è la domanda dell’Edipo di Sofocle. Di cosa sono colpevole? Questa è la domanda di Amleto, i due eroi preferiti di Freud, che in alcun modo ha creato una psicologia familista. Quanto al matrimonio, istituzione specificatamente umana e ormai laica, è la traduzione giuridico legale di un certo stato di famiglia in una data epoca. Niente di immutabile e perennemente in divenire, sempre in trasformazione come del resto indicano le revisioni che il codice civile ha subito dalla sua entrata in vigore nella Francia del 1792. Dappertutto in tutte le società democratiche l’istituto del matrimonio è in divenire come la famiglia.

Pe finire vorrei dire che ciò che distrugge la famiglia non è il desiderio degli omosessuali di entrare nell’ordine familiare, non è mai il desiderio di famiglia, ma è la miseria psichica, materiale, morale, quella che si vede oggi condurre a derive mortifere, al terrorismo, al settarismo religioso. Miseria distinta proprio dai destini tragici propri delle dinastie reali che che si distrussero dall’interno.
Victor Hugo, lo scrittore più popolare, il più famoso del mondo, il più repubblicano anche, alla fine della sua vita, l’ha detto ne I miserabili, libro che tutti dovrebbero leggere in questi tempi di crisi economica e morale: il padre disoccupato e sfruttato , la madre ridotta in schiavitù, il bambino vagabondo. Ma soprattutto vorrei sottolineare che lo stesso Victor Hugo che aveva sperimentato nella sua esistenza tutte le forme di genitorialità proprie dei suoi tempi – matrimonio d’amore, adulterio, paternità, patriarca nonno, padre infelice per la figlia folle e per la morte di un’altra, padre innamorato dell’amore – ha forgiato con Jean Valjean un personaggio celebre su cui dovrebbero riflettere tutti coloro che pretenderebbero che il bene del bambino dipenda da una presenza assolutamente necessaria di un uomo e di una donna, di un padre e di una madre.
Sorto dalla miseria, abitato dal desiderio del male, durante i 19 anni passati in carcere
poi convertito da un uomo di chiesa alla volontà di fare del bene, Valjean non aveva mai conosciuto, all’età di 55 anni nessuna relazione carnale o amorosa. Vergine, non aveva amato, né padre, né madre, né amante, né moglie, né amico.
Quando viene a sapere da Fantine, ex-prostituta, dell’esistenza di Cosette, bambina martire, bambina umiliata dai Thénardier, va a cercarla e ne diviene padre, madre, tutore, educatore, in sintesi il sostituto di tutto ciò che manca al bambino senza amore: un solo sostituto è sufficiente ad assicurare la felicità futura della bambina più infelice della terra. Nove mesi: il tempo di una gravidanza. Il cuore del forzato (nel senso del criminale), sottolinea Hugo, è pieno di verginità e guardando Cosette prova per la prima volta nella sua vita “un’estasi d’amore che arriva allo stordimento”.
Istantaneamente arrivano le doglie, cioè i dolori del parto: “Come una madre, e senza sapere di cosa si trattasse”. Letteralmente partorisce una bambina e l’amore che le porta è amore materno. Da parte sua la bambina, avendo dimenticato il viso di sua madre , non avendo conosciuto che botte , non avendo amato che una sola volta nella sua vita non un essere umano ma un animale, un cane, guarda quest’uomo che chiamerà padre senza sapere chi è e senza mai conoscere il suo vero nome . Lo amerà al di là delle differenze di sesso, al di là di ogni conoscenza della differenza tra una madre e un padre , come un santo, spogliato della sua sessualità. Oggi davanti dei pedopsichiatri “esperti”, ossessionati dall’abolizione della differenza fra i sessi, Valjean sarebbe senza dubbio guardato come un cattivo padre o una cattiva madre o peggio ancora, come un pedofilo.
E pertanto io voglio dire a tutti costoro che, in nome di un’introvabile “normalità” , fustigano le famiglie monoparentali, omoparentali, diverse, divorziate, che a ogni bambino piacerebbe avere per madre e per padre, nello stesso tempo, l’equivalente di un Jean Valjean.

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