La fine del mondo e altre predizioni, recensione di Simone Giusti a “Storie, futuro e controllo”

Simone Giusti autore di antologie di grandissimo rilievo e di volumi indimenticabili come Insegnare con la letteratura (Zanichelli) scrive una bellissima recensione al mio volume Storie, futuro e controllo (Liguori), del quale segnalo la fan page su facebook QUI.

Ecco l’incipit della recensione stessa, con il link all’articolo completo pubblicato sulla bella rivista on line “La ricerca” della Loescher.

La fine del mondo è un tema assai dibattuto negli ultimi tempi, a scuola e non solo. Ne parlano i bambini e i ragazzi, per lo più in modo scherzoso, sentendone parlare dagli adulti che popolano i media di ogni tipo. La narrazione della fine ha ormai affiancato in modo stabile quella, già radicata, della crisi. Senza neanche la soddisfazione della baldoria di capodanno o del finale a sorpresa, questo, dunque, ci aspetta: il mondo che si spegne nel bel mezzo di una crisi. 

Trovo divertente, buffo addirittura, che in questo stesso periodo i ragazzi e i docenti delle scuole secondarie di secondo grado siano impegnati in forsennate attività di marketing scolastico (chiamato da alcuni, impropriamente, “orientamento”) durante le quali illustrano le caratteristiche della propria scuola e del proprio corso di studi agli alunni delle terze medie, chiamati a breve a decidere il loro futuro attraverso la scelta della scuola da frequentare.

I racconti della crisi e della fine s’intrecciano ai racconti dell’inizio di un’ipotetica nuova vita. In un modo o nell’altro, i nostri alunni – come tutti noi, d’altronde – sono impegnati a mettere in atto strategie per controllare il futuro: predizioni, previsioni, oroscopi, profezie, test… ogni strumento è valido pur di avere occasione di dare un senso al tempo che verrà.

È in questo quadro che propongo la lettura di un libro intitolato Storie, futuro e controllo (sottotitolo Le narrazioni come strumento di costruzione del futuro), che inizia con la constatazione di un fenomeno sociale che è sotto gli occhi tutti: le vecchie generazioni hanno l’abitudine di insegnare alle nuove a gestire la propria vita, pensando dunque che “il proprio patrimonio di esperienze e valori” possa avere un senso per i più giovani. PROSEGUI LA LETTURA QUI

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