Su Leopardi, le competenze e altre questioni…

Mi inserisco in un dibattito avviato da “la ricerca”, rivista promossa in due versioni, cartacea e on line, da Loescher editore. Il dibattito ha preso piede nella versione on line per cui tutti possono, facilmente, andare a curiosare e farsi un’idea. Non riepilogherò infatti i termini dell’intera questione, mi interessa però rispondere a un articolo che ho trovato particolarmente importante, seppure non mi trovi affatto in accordo con l’estensore dello stesso. Perché? Occorre riassumere brevemente la questione: questo articolo risponde a un altro, precedentemente pubblicato, che proponeva di “usare” Leopardi, in modo innovativo, avendo come obiettivo ciò che imparano e imparano a fare i ragazzi e non Leopardi medesimo. Insegnare con la letteratura, insomma, anzichè insegnare la letteratura. L’articolo che esaminiamo, invece, a firma di Mauro Reali che, per imitare il suo stile salace, che insegnasse in un liceo classico, si comprendeva dalle prime righe del suo articolo (ma perfavore, non convinca davvero i suoi allievi, come dice, di essere “intellettualini”). Tuttavia, per tornare seri, appare che non abbia compreso l’articolo precedente, in quanto ne inizia una stroncatura proponendo come finalità alternative, appunto, alcune competenze… (?) Qui la questione si fa ingarbugliata: si critica un articolo che propone come obiettivi di apprendimento le competenze dei ragazzi anziché le biografie degli autori o determinate nozioni e si propongono, come obiettivi alternativi, proprio le competenze? C’è qualcosa che mi sfugge nell’argomentazione di Reali… spero avrà la pazienza di spiegarci.

Il modello di istruzione frontale poi proposto fa eco all’impostazione che tutti riconosceranno rappresentata, nella divulgazione, da Paola Mastrocola, in cui il sapere è qualcosa di alto, teorico, che deve essere trasmesso, come fosse l’accesso ad alchimie…e a pochi, a chi davvero vuole. Faccio riferimento, ovviamente, a “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare” che tanto successo ha avuto (ed è un successo che non esenta da riflessioni, quale antropologia propone un’insegnante che definisce “Ombre e lemuri” i propri allievi?).

Don Milani ci ricordava inutilmente tanti anni fa (la frase è in calce a un articolo di questo blog) che la scuola che lascia indietro i ragazzi più difficili è come un ospedale che cura solo i sani… O Pennac, in Diario di scuola (questo sì un romanzo efficace e bellissimo sull’esperienza scolastica di un “somaro” poi diventato insegnante) ci ricorda che l’alunno perfetto come lo pensano molti insegnanti, non esiste o è molto raro…?

La scuola che racconta Reali, non comprende i ragazzi che non sono naturalmente disposti a seguire un percorso selettivo, frontale, lungo, noioso, distante dalla vita… Non  si indulga, ci ricorda Reali, a troppi collegamenti…?? Non sospettino, per carità, i ragazzi che la scuola possa avere un senso, che ciò che imparano possa collegarsi con la loro esperienza sentimentale, oppure con la vita quotidiana… certo, altrimenti si perde la connotazione storica…, quasi che l’esperienza della diacronia si facesse soltanto attraverso l’affrontare autori in rigoroso ordine cronologico e scollegandoli, completamente, da qualsiasi cosa venuta prima o dopo…. Manca però di dirci, peraltro commentando le prove di cui l’altro insegnante parla senza nemmeno averle viste, quali sono, invece, le produzioni che lui sollecita e chiede ai suoi alunni. Immagino la risposta: nessuna ripetizione, la restituzione, in forma orale, di ciò che è stato spiegato. Ora io vorrei che il nostro autore ci spiegasse anche perché, con quale obiettivo, per raggiungere quali obiettivi di apprendimento e ci facesse anche la grazia (a noi ingenui che crediamo nel DOVERE della scuola di adattarsi al futuro, nemmeno al presente) di collegare strettamente azione didattica ad apprendimento. A quale azione corrisponde quale obiettivo? Altrimenti sono tutte chiacchiere… più o meno simpatiche, più o meno colte… Ma la concezione di scuola che ha… la svela da solo: “Una volta (che vecchio che sono: è la seconda volta che lo ricordo…) si diceva che a scuola si dovevano “rispettare le consegne”, usando un termine mutuato dal servizio militare.” Bene, si rassegni Prof. Reali… l’obbedienza… non è più una virtù (ed è la seconda volta che cito Don Milani in un solo articolo). E se il notaio (rispondo di nuovo ad un suo esempio) le portasse a termine l’atto esattamente come lei l’ha richiesto e non le suggerisse (perché non gli è richiesto di “pensare e decidere” ma di “rispettare le consegne”) che con altra modalità potrebbe risparmiare una rilevante quantità di quattrini… be’ lei, magari, sarà contento… io no.

Prof. Reali, lo dico con estrema sincerità ed esco dal pur divertente scambio di ironie: occorre fare una scelta. Vogliamo procedere in una direzione che consenta al maggior numero di cittadini possibili di avere gli strumenti per esserlo, oppure se si vuole che l’istruzione pubblica trovi merito, nel dirsi selettiva…e continuare a consentire a pochi, l’accesso alla maggior parte degli strumenti necessari alla loro vita e al loro futuro.

Proprio oggi mi è accaduto di ricevere una telefonata di un collega che mi chiedeva lumi su come comportarsi rispetto a un vicario che ha scoraggiato ampiamente una ragazza che a seguito di un percorso per drop-out avrebbe voluto rientrare a scuola. L’ha fatto chiedendo i programmi all’agenzia formativa che aveva condotto il percorso (i programmi? quanti anni sono che questa dizione è scomparsa dal dettato ministeriale) e dicendo che (nonostante la norma dica il contrario) la ragazza sarebbe stata esaminata su tutte le discipline per i primi due anni e su tutti i contenuti (già!) e che (di fronte a lei) non ce l’avrebbe mai fatta. Mi spiace, l’ho già scritto in un libro che ha ormai undici anni, non riesco a trovare nessun merito in questo… in questa volontà di selezionare, di tagliare, di concedere a pochi … il privilegio di accedere a strumenti adeguati… forse anche questo ci ha portato dove siamo ora.

Nessun secolo è mai stato così conservatore come il nostro nel modello di istruzione proposto, i tempi lunghi parlano. Possiamo anche rimpiangere la scuola di ieri, certamente più rassicurante per tutti noi che ci cimentiamo intorno a queste aree, ma se anche essa fosse riuscita a preparare noi al nostro tempo, non serve una gran vista, per capire che il futuro dei ragazzi è assolutamente differente: il futuro non è più quello di una volta (CIT.) … non può proprio più esserlo il modo di accedere agli strumenti necessari ad affrontarlo.

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2 risposte a Su Leopardi, le competenze e altre questioni…

  1. elisacifiello ha detto:

    Come madre di due ragazze che sono in piena formazione devo riscontrare un completo smarrimento delle istituzioni scolastiche. Non si sa più quale funzione abbia la scuola, quali siano gli obbiettivi formativi, ma soprattutto non vedo più gli insegnanti. Poco lavoro, disimpegno, scarica barile dei dirigenti scolastici, poca serietà. Mi piacerebbe una scuola dove ognuno faccia il proprio lavoro, sapendo cosa sta facendo, con dei ruoli, competenze e responsabilità precise. Mi piacerebbe una scuola che insegnasse che fare il proprio dovere sia cosa buona e giusta e che rende liberi. Il MERITO è la parola chiave per tutti: dirigenti scolastici, professori, studenti. Se non si parte da questo non si può parlare d’altro. Il problema è capire cosa sia il MERITO, con quali criteri si stabilisce, chi lo stabilisce, con quali ideologie di base confronta i parametri di valutazione, chi si prende la responsabilità di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato? Come si esce dall’omologazione e dall’appiattimento?

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