Leggiamo la situazione dell’Università italiana e agiamo?

La distruzione sistematica dell’Università pubblica italiana ha inizio in modo ufficiale 12 anni fa, nell’aprile 2001, quando il secondo governo Berlusconi entrò in carica con reali intenzioni bellicose verso l’università e un piano di rimodulazione dell’istruzione in generale (a favore dei privati). Nel 2002 ci fu il tentativo di Tremonti di tagliare il finanziamento all’Università, respinto immediatamente dalla forte presa di posizione della CRUI. Probabilmente è stato quello l’ultimo sussulto di vita dell’Università, poi l’endemica incapacità di comunicare la propria situazione, unita a complicità di alcuni Rettori e strani incroci ha fatto il resto. Fallito il tentativo del 2002, il governo di centro-destra iniziò con strategie più accorte a perseguire, comunque il suo piano: l’FFO (Fondo di Funzionamento Ordinario, quello che serve per le spese di base) veniva moderatamente aumentato in termini nominali, ma rimaneva invariato in termini reali (ovvero l’incremento era minore dei costi aumentati per inflazione, progressioni stipendiali etc..). Poi si arriva alla (contro-)riforma Moratti, del quale alcuni effetti sono stati ampiamente sottovalutati: vennero creati ad esempio ben 11 atenei telematici (se sono telematici che senso ha crearne 11? non è la territorialità che conta se sono telematici, giusto?) con l’aggiunta di alcune simpatiche e privatissime università ad personam (i documenti on line ci sono, tutto ciò che scrivo è verificabile). Durante la campagna elettorale per le Comunali di Milano del 2011, la Gelmini, seduta accanto al candidato sindaco Moratti (a cui era succeduta come Ministro del MIUR e ora sosteneva colei che l’aveva preceduta), ha addirittura dichiarato che in Italia ci sono troppi atenei!!!!! Forse il Ministro si riferiva a quelli telematici? No, no parlava di quelli pubblici!!! Un Ministro MIUR che dice una cosa del genere? Infatti poco dopo ecco un decreto che dà la possibilità alle università telematiche di diventare veri Atenei privati, nonostante la valutazione nettamente negativa che avevano ricevuto dal Consiglio Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario. Parrebbe abbastanza, è finita? No siamo appena agli inizi. Dal 2008, dopo la caduta del secondo governo Prodi e l’ennesima riconquista del governo da parte di Berlusconi (che ora parla come se non avesse mai governato, ma ricordiamo che negli ultimi venti anni è stato quasi sempre al governo ponendo l’Italia in posizioni disastrose su questi come su altri temi) … il nuovo governo Berlusconi riparte all’attacco (attacco finale) dell’Università pubblica. Si comincia con un bel taglio del 14% dell’FFO (insostenibile), si prosegue con il blocco degli aumenti stipendiali… non basta: blocco del turn-over e dei concorsi (e professori e ricercatori diminuiscono vertiginosamente stante anche l’altissima età media e dunque i molti pensionamenti), e tagli consistenti a tutte le altre voci di spesa del finanziamento dell’università, incluso quello sul diritto allo studio (e con questo possiamo segnare la morte dell’istruzione per tutti). Questi sono i punti della straordinaria riforma Gelmini che aggiunge tutto ciò che poteva al male fatto dalla collega Moratti. Il tutto  condito con una ben orchestrata campagna di delegittimazione dell’università pubblica condotta dal governo, da parte di alcuni economisti neoliberisti, da Confindustria (che non ha capito che dall’arretramento di Università e ricerca ha solo da perdere), dai quotidiani che, quando non erano complici, cavalcavano le falsità proposte dal governo anziché denunciarle. Tra le tante macchine del fango, c’era anche quella per l’università pubblica. Negare che vi fossero problemi di trasparenza e applicazione del merito, negare che vi fosse una gestione del potere terrificante nell’Università, negare che la didattica vada ancora oggi svecchiata, modificata, e i corsi ripensati sarebbe folle… ma l’istruzione ha la stessa importanza della Sanità. Se un ospedale funziona male si interviene per farlo funzionare meglio, non si reagisce tagliandogli i fondi, mettendolo nell’impossibilità di sostituire il personale che non c’è più e tagliandogli tutte le risorse. L’Università pubblica, la ricerca di qualità e la didattica adeguata (con la possibilità reale di accesso per tutti) e, in futuro, la possibilità di accedere a corsi per tutte le età, in tutti gli orari, su ogni tema e lunghezza, sono garanzie di democrazia. Occorre che qualcuno si impegni in questo senso. I dati per scrivere questo articolo sono tratti da ROARS, qui si può trovare un’analisi completa con i dati e i relativi grafici: CLICCA QUI. (articolo di Massimiliano Vaira e altri articoli interessanti che analizzano anche i programmi delle coalizioni riguardo a questi temi).

Il diritto al futuro passa da qui, chiedete a tutti i politici che conoscete cosa intendono fare in questo senso: scuola, cultura, Università, tutela dell’ambiente, welfare e diritti per tutti sono i fondamenti sui quali si costruisce una società democratica. Se ne avete voglia fate girare questo contributo. Grazie. Federico Batini, ricercatore e professore aggregato all’Università di Perugia.

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2 risposte a Leggiamo la situazione dell’Università italiana e agiamo?

  1. Pingback: Non solo tagli. I mali dell’Università « ilpicchioparlante

    • federicobatini ha detto:

      sono d’accordo assolutamente (bastava leggere altri articoli di questo blog) sul fatto che non siano solo i tagli i mali dell’Università italiana!
      Peccato che il suo commento non sia concluso…

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