La bellezza nonostante, di Fabio Geda (Transeuropa)

aaabellezza Se non potete lavorare con amore, ma solo con riluttanza, allora è meglio lasciare il lavoro e sedere alla porta del tempio e accettare elemosine da chi lavora con gioia. (G. Kahlil Gibran)

L’incipit de La bellezza nonostante:

Amo le persone che fanno bene il proprio lavoro: qualunque esso sia, a qualunque cosa conduca, a prescindere dalla quantità di gente che godrà del loro impegno, della loro passione. Amo il lavoratore coscienzioso perché migliora la vita di tutti: la sua, la mia. Lavorare bene è un modo per dare senso al tempo, e per capire qualcosa (sempre troppo poco) di sé.  Amo il fornaio, per esempio, il fornaio che sa come cuocere il pane, e che mi offre, per accompagnare il pasto, una pagnotta croccante se dev’essere croccante, morbida se dev’essere morbida. Amo il medico che non prescrive, pigro, ricette, senza neppure far accomodare il paziente; amo il medico che dice:

–  Si spogli, per favore. Ma io a dire il vero avrei…

– Le ho detto si spogli, per favore.

– Mi serve solo una…

– Si spogli, e si sdrai sul lettino.

E poi ti tiene lì mezz’ora, quel medico, a tastarti e misurarti, a farti fare prove sotto sforzo, ogni volta la stessa trafila, ogni volta una visita completa, anche se tu, a dire il vero, eri passato giusto per le medicine di tua madre e non per te – tu stai benissimo – e hai lasciato l’auto sulle strisce pedonali e quando sei uscito hai trovato la multa, tra vetro e tergicristallo; e una signora anziana che passeggiava con il cane ti ha persino detto che hanno fatto bene a dartela, la multa, che non c’è più decoro.

Ecco, in ogni caso io lo amo quel medico.

Così come amo l’ingegnere che sa progettare ponti che stiano in piedi durante le alluvioni e il costruttore edile che non lesina sui materiali antisismici. Amo il fioraio che ti consiglia il fiore giusto e il professore che appassiona gli alunni alla sua materia, qualunque essa sia. Amo l’idraulico che intuisce subito dov’è la perdita e che sa come ripararla; e il sarto, sì, il sarto che prende le misure senza farti tornare. Amo i politici che pensano alla polis e amo il contadino che bacia ancora la terra, nonostante la fatica e il sudore. Amo il poliziotto quando educa, quando il suo sguardo si fa autorevole senza essere autoritario, e il funzionario gentile che affonda gli occhi nei tuoi occhi quando ti spiega, in una lingua che non conosci, come compilare l’ennesimo modulo di richiesta per ottenere il permesso di soggiorno.

Amo le persone che fanno bene il proprio lavoro, sì.

Per questo motivo – per tutti questi motivi – ho amato anche le mie coliche renali.

Le mie coliche renali. Il mio campanello d’allarme. Esplose alla vigilia di Istituzioni di diritto pubblico, alla fine degli anni settanta, e continuate senza interruzioni – senza interruzioni, su, ripetetelo con me: certe sfumature non le si coglie subito – per due anni. Frequentavo la facoltà di Economia, all’epoca. Tanto per fare qualcosa, s’intende. Avrei potuto iscrivermi ad Agraria o a Chimica o a Ingegneria aerospaziale, e non sarebbe cambiato nulla. Nessuna idea sul futuro. Nessuna idea su di me. Stesse coliche a squillarmi dentro. E nel cuore la paura di un lavoro che non avrei amato. Io contabile? Io impiegato di banca? Io commercialista?

Sapete quando sono passate le coliche? Il giorno che la mia ragazza ha detto:

– Perché non partecipiamo al concorso per diventare maestri?

– A cosa, scusa?

– Al concorso per diventare maestri.

– Non ho mai pensato di fare il maestro.

– Perché hai fatto le magistrali, allora?

– Perché ho fatto le magistrali?

– Sì. perché hai fatto le magistrali?

E io, a essere sinceri, avrei dovuto dirle che a quattordici anni avevo scelto le magistrali perché alle magistrali s’iscrivono un sacco di ragazze, di solito. Ma non avendo il coraggio sono stato zitto e non ho detto nulla .

 Un po’ per scelta un po’ per caso un uomo inizia a fare il maestro elementare. Siamo nel 1983, come prima assegnazione si trova, suo malgrado, al carcere minorile di Torino. Doveva essere un’assegnazione provvisoria, ci resterà per trent’anni vedendo il carcere cambiare volto e volti (dai figli degli immigrati dal Sud a quelli degli immigrati dal Sud del Mondo), ma l’aspetto più entusiasmante del libro è la ricerca, quotidiana di seminare… La scuola, l’istruzione ha bisogno di racconti come questo. Quando pensiamo al futuro dei processi di formazione/istruzione, ricordiamoci di raccontare e condividere la scuola che funziona.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Per diversi anni si è occupato di disagio minorile. Scrive su Linus e su La Stampa circa i temi del crescere e dell’educare. Collabora stabilmente con la Scuola Holden, il Circolo dei Lettori e il Salone del libro di Torino. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009, selezione Premio Strega, Miglior Esordio 2007 Fahrenheit, vincitore del Premio Rusconi e, in Francia, del Prix Jean Monnet des Jeunes Européens), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008, vincitore del Premio Grinzane Cavour e del Premio dei Lettori di Lucca) e Nel mare ci sono i coccodrilli (BCDalai Editore 2010, Libro dell’anno per Fahrenheit Radio 3), già tradotto o in corso di traduzione in oltre venti paesi.

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