L’ottava vibrazione, di Carlo Lucarelli

aaaa ottava Tutte le volte che si allentava il nodo della cravatta, il signor Cappa batteva l’unghia del pollice contro la superficie inamidata del colletto. Agganciava il nodo con l’indice, tirava piano verso il basso e poi, sempre, un piccolo colpo con la punta del pollice sulla cellulosa irrigidita, un piccolo colpo secco, all’indietro, come per lanciare una biglia, tutte le volte. Non serviva a niente, non aveva significato, e se anche gli avessero chiesto il motivo per cui lo faceva lui non avrebbe saputo cosa rispondere, perché non si era mai accorto nemmeno di farlo. Vittorio Cappa alza la testa e guarda la ventola che gira lenta, appesa al soffitto della baracca. Si appoggia con le spalle allo schienale di legno della poltroncina girevole, e per un attimo sembra che il cigolio delle giunture della sedia sia uscito dalla sua bocca aperta, acuto come il grido di un uccello. Invece voleva solo sospirare, lanciare un fiato umido e denso, tutto di gola, lanciarlo lontano, lanciarlo fuori dal suo corpo caldo, fuori da quella baracca afosa, fuori da Massaua, via, veloce, fino al mare, ma gli pare di non riuscire a spingerlo che appena fuori dalle labbra, impastato, fuso, con quell’aria bagnata e rovente che neanche le pale della ventola potevano spostare. Se fosse stato per lui se ne sarebbe andato in giro con i sandali e una futa di cotone attorno alla vita. Nient’altro, neanche le mutande. Come facevano da sempre tutti gli abitanti di quella città infernale che cuoceva sotto il sole di giorno e ribolliva la notte, quelli che ci erano nati, non quelli che ci erano venuti, come lui, o quelli che stavano in Italia, come il Cavaliere, che quando pensava alla Colonia immaginava lino immacolato e fresche brezze marine, e non avrebbe mai tollerato un commesso coloniale, per giunta di prima classe, in sandali e futa. E senza mutande. Vittorio si alzò, inarcando la schiena per staccare la pelle dalla stoffa bagnata della camicia, senza riuscirci. Si avvicinò alla finestra, già ansimando come dopo uno sforzo, e appoggiò la tempia contro il legno caldo dello stipite. Infilò un dito dietro il bordo del colletto, allentò ancora la cravatta, e senza pensarci battè un colpo con il pollice, rapido e leggero.

Fuori, c’è una bambina che balla.

Sporca, scalza, con addosso una camiciola corta di un colore indefinibile, i capelli raccolti in due codine crespe ai lati della testa. Tiene le braccia alzate e si muove incurante del ritmo della musica che tre uomini, tre vecchi seminudi con un fez rosso sulla testa, le suonano attorno. Sotto una stuoia appesa tra due pali, le gambe magre incrociate sulla polvere rovente della strada, uno batte le dita sulla pelle tesa di un koboro, e gli altri grattano le corde di due chitarre quadrate dai manici lunghissimi, veloci e concentrati per seguire il pulsare serrato del tamburo. Era una musica rapida e ossessiva, le stesse battute si ripetevano all’infinito, si rincorrevano, si accavallavano quasi, ma la bambina non la seguiva, sembrava non sentirla neppure. Si sollevava sulle punte dei piedi, batteva i talloni nella polvere, prima uno e poi l’altro, ruotava i polsi sopra la testa, le mani aperte, ma piano, pianissimo, tanto che bisognava guardarla bene, fissarla a lungo, per capire che si sta muovendo.

Sembrava che fossero lì da tanto tempo

Il romanzo dal respiro più ampio di Carlo Lucarelli. Pubblicato nel 2008, ambientato in una delle pagine del colonialismo italiano tra l’Etiopia e l’Eritrea, nel gennaio del 1896. Massaua è una città incredibile, sensuale e cosmopolita nella quale tutti i destini si intrecciano. Mentre un detective non ufficiale, non autorizzato è ossessionato dalla ricerca di un assassino di bambini. Intanto uomini, donne e soldati precipitano, senza saperlo, verso un destino terribile e atroce. La più colossale disfatta che il colonialismo europeo abbia subito: la battaglia di Adua (dove gli italiani vengono sconfitti dall’esercito abissino del negus Menelik).

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