Una coppia perfetta. I racconti di Hap e Leonard

aaaaunacoppia Quando arrivai in macchina al night club, Leonard era seduto sul marciapiede con uno straccio zuppo di sangue premuto sulla testa. Due auto della polizia erano parcheggiate pochi metri piú in là. Uno dei poliziotti, Jane Bowden, una donna tarchiata con i capelli biondi legati a coda di cavallo, era in piedi accanto a Leonard. Era un’amica di Brett, la mia ragazza. Nel parcheggio c’era un tizio disseso sulla schiena. Lasciai l’auto in uno dei posti liberi e, mentre mi dirigevo verso Leonard, diedi un’occhiata all’uomo. Non aveva un bell’aspetto: sembrava un insetto avvelenato e molto vicino a tirare le cuoia. Gli occhi, quasi invisibili per il gonfiore, vagavano in cerchio, come l’acqua nello scarico di un lavandino. La bocca era rossa di sangue, ma non piú del naso e degli zigomi. Aveva perso dei denti. Ne ero certo, perché ce n’era piú di uno appoggiato sul suo torace come una mentina appena sputata. In terra accanto al tizio c’era un grosso ciuffo di capelli che, alla luce dei lampioni, aveva assunto una tinta bronzea. Probabile fossero suoi anche quelli. Aveva perso una scarpa, ma la vidi sotto una delle auto della polizia, ancora allacciata. Nell’accostarmi agli agenti, cercai di non mostrarmi né particolarmente affranto, né troppo felice. La verità è che non sapevo come comportarmi, perché non ero al corrente della situazione: non avevo idea di chi fosse stato a iniziare, facendo che cosa e per quale motivo. Jane aveva telefonato e mi aveva detto di raggiungerla al Big Frog Club perché Leonard era nei guai. Però, non aveva aggiunto che sarebbe finito in prigione, e questo, lungo il cammino, aveva rafforzato il mio ottimismo.

Quando mi vide, Leonard disse: – Ehi, Hap.

– Ehi, – risposi. – Allora, cos’è successo?

– È una faccenda un po’ complicata, – disse Jane. – A quanto pare Leonard era al club. Uno dei tizi ha detto qualcosa, Leonard ha detto qualcos’altro, e allora i due che sono ancora dentro…

– Dentro?

– Se entri nel club, capirai subito di chi si tratta. Il primo ha sfondato una parete di cartongesso con la testa, e all’altro hanno fatto la riga ai capelli, ma con una sedia. Ora è dietro il bancone, che schiaccia un bel pisolino.

– Ahi.

– La stessa cosa che deve aver detto lui, – commentò Jane.

– Allora… mi rincresce dovertelo chiedere ma… quant’è nei guai Leonard?

– Devo fare rapporto, e quindi non posso certo lasciarlo andare, – rispose Jane, – ma tutti dicono che sono stati i tre tizi a cominciare, anche se l’ultima parola l’ha detta Leonard, e comunque… beh, erano tre contro uno.

– E come mai quello è finito nel parcheggio? – chiesi, indicando il tizio con i denti appoggiati sul torace.

Leonard mi lanciò un’occhiata, ma non disse niente. A volte sapeva quando tenere la bocca chiusa; per quanto, se provavi a raccogliere le volte in questione sulla capocchia di uno spillo, te ne avanzavano cosí tante in cui la bocca l’aveva aperta eccome da poterci riscrivere la prima pagina della Bibbia di Re Giacomo, e aggiungere anche un paio di barzellette sporche.

– Se questo tizio è qui e gli altri sono dentro, – disse Jane, – è solo perché lui correva piú veloce.

– Ma non abbastanza, – dissi.

– Infatti, è proprio questo il problema. Insomma, questo tizio le ha prese cosí di brutto che il suo sé astrale è andato a farsi un bel viaggetto. Interplanetario, forse. Insomma, è in un altro mondo, al momento, e non dà segno di voler tornare tra noi. Jane stava ancora parlando quando un’ambulanza accostò al marciapiede. Ne scesero un uomo e una donna, che si dedicarono al tizio steso in terra. L’infermiere diase: – Mi sa che prima di far di nuovo festa in un club ci penserà due volte.

– Anche perché la festa l’hanno fatta a lui, – aggiunse la collega.

Non mi sembrava il contesto ideale, per le battute e i giochi di parole, ma immagino che se fai il loro mestiere il senso dell’umorismo sia una difesa necessaria. Gli prestarono i primi soccorsi sul posto, e fui ben lieto di sentire che si riprendeva. Borbottò qualcosa di sconnesso come la scoreggia di una balena sott’acqua, e poi pronunciò, in modo piú che comprensibile, la parola «negro».

Leonard disse: – Ti ho sentito benissimo, stronzo.

Il tizio preferí non aggiungere altro. Lo caricarono in ambulanza.

– Non scordatevi la scarpa, – dissi, indicandola. Ma non mi prestarono la minima attenzione. Che cavolo, erano pur sempre dipendenti pubblici.

– Abbiamo un piccolo problema, – riprese Jane. – Insomma, nel momento in cui questo tizio se l’è data a gambe e Leonard gli è corso dietro, non si può piú parlare di legittima difesa.

– Non volevo che tornasse dentro, – disse Leonard. – Lo stavo inseguendo perché temevo per la mia vita.

– Come no, – commentò Jane.

– E quando l’ho raggiunto, mi si è rivoltato contro, – aggiunse Leonard.

– Vedi di stare zitto, Leonard, – disse Jane. – Ti conviene. L’aspetto piú difficilmente conciliabile, per dirla con noi tutori della legge, è il fatto che Leonard lo abbia fatto voltare per poi picchiarlo come un tamburo. Lo ha afferrato per la gola e lo ha colpito a ripetizione.

– Macché, – disse Leonard. – Solo due o tre cazzotti. E comunque, mi aveva dato del negro.

– E tu gli avevi dato dello stronzo, – disse Jane. – Stando a quanto ci hanno riferito i testimoni.

– Ma è stato lui a cominciare, – obiettò Leonard. – E dovreste considerare la profonda offesa culturale connessa alla parola negro, quando è rivolta a un nero come me. Non ho altro da aggiungere.

– Ma non mi dire, – replicò Jane. – Sei nero?

– Fino al midollo, – disse Leonard.

Jane concentrò l’attenzione su di me. – Un tizio che ha assistito allo spettacolo, – disse, indicando un uomo che sostava davanti alla porta del club, – ha detto che il nostro amico che era lí per terra è stato maltrattato un bel po’. – Spiegami cosa intendi con «un bel po’», – risposi.

– Dopo avergli rotto il naso e frantumato gli zigomi, per limitarmi a un esame a occhio nudo, Leonard si è impegnato a fargli saltare tutti i denti, e secondo quel signore laggiú, mentre lo faceva continuava a ripetere, e cito alla lettera: «Vedrai come ti verranno bene, i pompini».

– Quindi, volete sbatterlo dentro?

– Il miglior elemento a sua difesa è quel tizio sull’ambulanza.

Alzai gli occhi e vidi il veicolo che partiva con il lampeggiante, ma senza accelerare e senza sirena.

– Ha colpito Leonard per primo, con una sedia, e gli ha dato del negro.

– Gli ha detto quella parola che inizia con la N, vorrai dire. Se la ripeti, è come se avessi detto «negro» anche tu. – Ho detto «negro», invece di «quella parola che inizia con la N»? – Esatto.

– Ma se stai solo riportando quello che ha detto qualcun altro, non è diverso?

– Immagino di sí.

– Ehi, – disse Leonard. – Io sono sempre qui seduto. – Beh, che cavolo. Ho fatto due turni di fila, – disse

Jane. – Se lavoro un’altra ora, finirò per chiamare «tesoruccio» tutti quelli che incontro. Comunque, per tor- nare a Leonard, tra il momento in cui è stata pronunciata la parola che comincia per N e quello in cui si è messo a inseguire il campione dei cento metri, ha colpito uno degli aggressori con una sedia e ha sbattuto la testa di un altro contro la parete. Ralph, il mio collega, è là dentro che tenta di tirar fuori la testa del tizio dal muro, senza rompere niente. Né la parete, né la testa.

– Comunque, – dissi, – Leonard dev’essere stato provocato. Di solito, è una persona mite.

– Ma non mi dire, – disse Jane.

– Sí che ti dico.

– Ne dubito. Comunque, ecco che cosa faremo. Domattina porta Leonard al distretto. Non per forza all’alba: diciamo prima di pranzo, cosí riempiamo un po’ di scartoffie. Io non ci sarò. A quell’ora, sarò a letto a ronfare. Però ho preso degli appunti e ho raccolto delle dichiarazioni, e consegnerò tutto a chi è di turno. Tra parentesi, e fuori verbale: me la sono spassata, a vedere la testa di quel tizio conficcata nel muro. Prima di andartene dovresti proprio darci un’occhiata, se non sono ancora riusciti a liberarlo. Se è ancora lí, non devi perdertelo: cazzo, è un vero capolavoro. Prima di accompagnare a casa Leonard, andai a fare un giro dentro il Big Frog Club, e il poliziotto che cercava di liberare la testa del tizio dalla parete di cartongesso non faceva che ridacchiare. Si voltò verso di me e perse subito il controllo: fece un rumore sputacchiante, mollò la presa e si allontanò, piegato in due, ululando. Un altro poliziotto prese il suo posto sorridendo. Senza molta convinzione tirò il tizio per un orecchio – l’altro era fuori dalla sua portata, dall’altra parte della parete − e disse: – Dài, vieni fuori di lí.

La testa del tizio era bella incastrata e spuntava sul lato opposto del divisorio, dritta nel bagno. Doveva essersi voltato per scappare ma si era trovato un muro davanti, dopodiché Leonard lo aveva afferrato per la nuca e lo aveva sbattuto contro la parete. Era tutto graffiato, come se un gatto si fosse affilato gli artigli sulla sua faccia. Le pareti del bagno non erano rinforzate, e non doveva essere stato difficile sfondare il cartongesso con la testa di quel tizio. Gli diedi un’occhiata piú approfondita. Aveva il mento e la nuca bloccati da altrettante mensole. Una posizione neanche troppo scomoda, ma sta di fatto che era incastrato per bene, e non è che i poliziotti mostrassero tutta questa fretta di tirarlo fuori.

– Se avessi un paio di corna, – dissi, – potremmo lasciarti lí e dire ai clienti che sei un cervo.

(Joe Lansdale, Una coppia perfetta. I racconti di Hap e Leonard, Einaudi, 2013)

Il nuovo libro di Joe Lansdale, esce ancora per Einaudi (dopo molti libri tradotti da Fanucci sembra infatti che lo scrittore texano si sia ora sistemato con la casa editrice torinese) e propone tre racconti lunghi con la strana coppia costituita da Hap Collins (bianco, democratico e donnaiolo) e il suo socio Leonard Pine (nero, conservatore e gay) sono questa volta impegnati in tre indagini raccontate in diversi episodi intitolati Le ieneVeil in visita e Una mira perfetta. Si tratta di racconti spassosi, divertenti e tesi, che riescono a tenere il lettore avvinto al romanzo, come accade sempre con i libri di Lansdale. Tra feroci scazzottate, rischi continui, umorismo cinico e battute politicamente scorrette si snodano le avventure della strana coppia che agisce spesso ai margini della legalità (o anche molto oltre) nella convinzione (che coinvolge anche il lettore) di essere dalla parte dei “buoni”, come dice spesso Leonard.

Joe Lansdale è docente della Scuola di Narrazioni “Arturo Bandini” di Nausika.

Per informazioni sulla Scuola di Narrazioni clicca qui.

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