Vecchi libri per quest’epoca incerta, di Valentino Ronchi

aaavecchilibri Ho appuntamento con un tizio, mi ha chiamato un paio di giorni fa rispondendo al volantino di acquisto libri che lascio nelle caselle della posta. Al telefono mi ha detto di essersi comperato un appartamento o l’ha ereditato, non ho capito bene, e dentro gli hanno lasciato alcuni libri. Dei libri non ha saputo dirmi gran che ad eccezione del fatto – sicuro per lui quanto tutto da verificare – che si tratta di libri importanti.

Quando arrivo, mi aspetta già in anticipo davanti al portone di un bel palazzo su viale Argonne, un largo viale che porta fuori Milano dalla parte est. Camicia azzurra e telefonino appeso al collo, appena lo raggiungo fa una faccia poco convinta.

– Da quanto fa questo mestiere? – domanda.

– Cinque anni.

– E come fa a valutare i libri lei?

Fin dalla telefonata ho temuto che fosse un rompicoglioni malfidente. Cominciamo bene. Provo a mettere insieme di rispondergli che esiste un mercato piuttosto preciso dei vecchi libri, dove contano l’edizione, l’autore, lo stato di conservazione, la rarità.

– Questi che mi hanno lasciato sono libri di fine ottocento – dice interrompendomi, come se questa datazione sia di per sé fonte inequivocabile di valore. Tutto da stabilire.

Nonostante i preamboli, alla fine comunque riusciamo a entrarci nel palazzo. Passiamo il bell’androne di marmi e vetrate, col portiere nel suo vano che fa un cenno con il mento, poi attraverso una stretta scala scendiamo nel sottosuolo. Qui, nelle profondità, il palazzo mostra la sua parte nascosta e meno rassicurante, di cunicoli e bassi soffitti umidi, nere tubature a vista e una caldaia adagiata in un vano protetto da una griglia. Davanti alla cantina l’uomo si ferma, apre ma non entra, dice:

– Prego – e lascia che a entrare sia solo io, restando sulla soglia come certe rappresentazioni di San Pietro, chiavi in mano.

Dentro, sotto una coltre di vecchie lenzuola, spuntano piattaie smontate e altri pezzi di mobili e, spostata una vecchia bicicletta da donna, in uno scaffale ci sono dei libri impilati, finalmente li vedo.

– Trovati.

– Ha visto? Sono buoni vero?

No. Sono pessimi, sono vecchi romanzi di grande diffusione al ventesimo al trentesimo migliaio, anneriti e disfatti, pagine staccate, copertine venute via, macchiati e ammuffiti.

– Allora cosa fa, mi fa un’offerta?

Ma quale cavolo di offerta ti devo fare, dovresti essere tu a pagarmi per avermi fatto scendere in questa nera catacomba.

– Non c’è nulla di buono – rispondo con tono il più possibile professionale – per me può anche buttare o far buttare tutto.

– Ah, questo no di sicuro – dice indignato. – Li farò vedere a qualcun altro. Ecco cosa farò. Ho un amico molto competente che mi ha detto che i libri di fine ottocento hanno sicuramente un grande valore.

Mai rovinare i sogni di ricchezza a un uomo, toccherà vederlo dare il peggio di sé. Quanto al suo amico invece, che non conosco ma di cui rilevo una certa tendenza a ge- neralizzare senza motivo, ci venga lui qua sotto a sentenziare che sono libri di valore, vorrei proprio sentirglielo dire.

Per disincagliarci da questa malimpostata questione riguardante la valutazione dei libri di fine ottocento tout court, gli propongo di salire in casa dove mi aveva detto che c’era dell’altro. Risaliamo dai sotterranei, passiamo di nuovo l’androne di marmi e vetri col portiere che questa volta non ci fa neanche il suo cenno perché anche i cenni non vanno certo sprecati, e prendiamo assieme fianco a fianco ma senza scambiare parole il vecchio ascensore lumacone dell’antico palazzo. In silenzio. Cosa pensavi, caro amico, che solo perché i libri ti sono capitati, siano per forza libri importanti? O perché sono vecchi? O perché sono vecchi e ti sono capitati?

L’appartamento è al quinto piano. È immenso, il parquet chiaro è già stato lucidato. In una delle tante stanze sta accatastata un po’ di roba, tra cui una libreria con una cinquantina di libri seccati dal sole e dalla polvere. La luce del pomeriggio invade la stanza, riesco a percepire chiaramente come nel tempo proprio questa luce abbia seccato i libri fermi da anni nella stessa posizione

Proprio alla polvere e al sole sottraggo, passandoli col mio straccio, due Millenni che a quella luce hanno resistito discretamente, La conquista del Perù di Prescott e Il Milione. E qualche altro saggio Einaudi di storia. L’uomo mi segue passo passo nelle mie operazioni, in attesa.

– Di questi posso darle settanta euro – e gli indico il gruppetto di libri che ho tirato da parte.

– Settanta? – domanda, avviato sulla strada dell’insoddisfazione.

– Settanta.

– Per questi?

– Per questi.

– Per tutti questi?

– Sì, per ben tutti e sette.

Li guarda e li riguarda, come fosse un esperto libraio. 

– Non può fare un po’ di più? Arriviamo a cento.

Ora passa anche al rilancio. No, non si può, improprio commerciante improvvisato della roba neanche tua, non si può: io non dico un prezzo perché tu ne dica un altro, se conto settanta significa settanta, se faccio una valutazione cerco di farla corretta, oltre non ho margine, miseriaccia.

– Va bene, va bene, li prenda – mi dice infine l’uomo con l’aria di chi lascia, per sua improvvisa magnanimità, che gli si porti via a settanta euro chissà quale valore antiquario. A fatica riceve i miei soldi che io a fatica ho guadagnato in altri giorni da altri spostamenti di libri. Non dice grazie e li mette nel portafoglio, ormai non ci parliamo più, siamo separati in casa, in casa sua per la precisione.

Poi raccolgo i libri in un sacchetto di tela che uso per queste occasioni, me lo carico sulla schiena tenendolo con la sinistra distribuendo il peso, e sporco come un gatto del Colosseo, direbbe Pasolini se mi vedesse, mi appresto a lasciare l’appartamento lucido e vuoto.

– Conosce qualcun altro che potrebbe valutarmi i libri di fine ottocento? – non riesce a esimersi dal domandarmi, mentre ormai sono già quasi sul pianerottolo. Non so se esser divertito o trarne chiare indicazioni sul rapido e inarrestabile declino dell’Occidente, mentre gli faccio qualche nome di antiquario del centro che tosto lo rimbalzerà con mezzo sorriso.

Ci sono giornate che prendono improvvisamente un senso diverso perché trovi due pacchetti nella posta. Ieri è andata così. In uno dei due pacchetti c’era “Vecchi libri per quest’epoca incerta“, un romanzo di Valentino Ronchi. Lo leggo subito, perché sono curioso, sono curioso di sapere e capire se questo Valentino Ronchi, porca miseria, è capace pure di scrivere un romanzo dopo aver scritto quelle poesie così belle, che mi pare sempre a leggerle che mi abbia rubato le parole. Poi succede che dal libro non ti stacchi più, anche se lo sai che dovresti dormire perché ne hai pure troppe da fare e non reggi più il ritmo. E allora ti accorgi che sì, sa scrivere anche un romanzo e pure molto bene Valentino Ronchi e ti sembra di conoscerlo meglio perché le sue poesie che raccontano della sua infanzia e della sua adolescenza e della sua giovinezza e delle sue donne e poi il romanzo che racconta del mestiere, strano, che fa… di andare in giro a cercare, nelle case, nei palazzi, libri vecchi e antichi, da comprare, per poi rivendere. Un romanzo delizioso, delicato, a tratti ironico, il racconto di una vita che è una sorta di utile compromesso con la realtà, ma senza cedere troppo e l’attenzione ai dettagli, alle cose minute, all’esperienza di ogni giorno. Leggetelo, senza attendere, leggetelo e regalatelo.

A proposito di Valentino Ronchi ho già precedentemente pubblicato due inviti alla lettura, per le sue due raccolte di poesie edite.

Canzoni di bella vita: clicca qui.

Anne e Mélanie: clicca qui

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