Trattato di funambolismo, di Philippe Petit

aaatrattatodifun Il filo non è ciò che si immagina. Non è l’universo della leggerezza, dello spazio, del sorriso.

È un mestiere.

Sobrio, rude, scoraggiante.

E chi non vuole intraprendere una lotta accanita di sforzi inutili, pericoli profondi, trappole, chi non è pronto a dare tutto per sentirsi vivere, non ha bisogno di diventare funambolo.

Soprattutto, non lo potrebbe.

A proposito di questo libro: lo studio del filo non è rigoroso, è inutile.

(Philippe Petit, Trattato di funambolismo, p.33)

Video trailer del film su Petit: Man on Wire (clicca qui).

petitfunambolo Chiedo aiuto a Paul Auster, che ha firmato la prefazione per presentare questo incredibile personaggio:  Ho visto Philippe Petit per la prima volta nel 1971. Ero a Parigi e passeggiavo lungo il Boulevard Montparnasse, quando incrociai un capannello silenzioso di persone immobili sul marciapiede. Era chiaro che all’interno del cerchio stava succedendo qualcosa e volli sapere di che cosa si trattava. Così mi feci strada fra gli spettatori e, alzandomi sulla punta dei piedi, intravidi al centro un uomo giovane e minuto. Era tutto vestito di nero: le scarpe, i pantaloni, la camicia, perfino il cilindro di seta pesta che aveva in testa. I capelli che uscivano dal cilindro erano di un biondo rossiccio chiaro, la faccia era così pallida e smunta che sul momento pensai che portasse una maschera bianca.

Il giovanotto faceva giochi di prestigio, andava in monociclo e presentava trucchi di magia. Maneggiava palle di gomma, birilli di legno e torce infuocate, sia in piedi che sul monociclo, passando da un numero all’altro senza interruzioni. Con mio grande stupore, faceva tutto in silenzio. Sul marciapiede era tracciato un cerchio col gesso e lui, meticolosamente, teneva lontani gli spettatori da quello spazio, con gesti mimici persuasivi, proseguendo lo spettacolo con tale determinazione e intelligenza che era impossibile smettere di guardarlo.

Al contrario di altri artisti di strada, non lavorava per la gente. Pareva piuttosto che invitasse il pubblico a condividere il lavorio dei suoi pensieri, lo rendesse consapevole di qualche ossessione indicibile e profonda che lo possedeva. Ma nei suoi gesti non c’era nulla di strettamente personale; tutto veniva svelato metaforicamente, a un secondo livello, attraverso il medium della rappresentazione. La sua destrezza era assoluta, autocoinvolgente, come un discorso fra sé e sé. Aveva elaborato combinazioni complesse, strutture matematiche intricate, arabeschi di assurda bellezza, ma quei gesti erano semplici. Così riusciva a emanare un fascino ipnotico, oscillante tra il demoniaco e il clownesco. Nessuno diceva una parola, come se il suo silenzio imponesse agli altri altrettanto silenzio.

La gente guardava, e al termine dello spettacolo ciascuno mise dei soldi nel cappello. Non avevo mai visto niente di simile.

Rividi Philippe Petit qualche settimana più tardi. Era notte fonda – forse l’una o le due – stavo camminando lungo una riva della Senna, non lontano da Nôtre-Dame. All’improvviso, al lato opposto della strada, notai alcuni ragazzi che si muovevano furtivamente nell’oscurità. Trasportavano corde, cavi, utensili, pesanti zaini. Curioso come non mai, procedetti di pari passo dal mio lato della strada, e riconobbi in uno di loro il giocoliere del Boulevard Montparnasse. Capii immediatamente che stavano tramando qualcosa, ma non potevo immaginare cosa.

Il giorno dopo, dalla prima pagina dell’International Herald Tribune, ebbi la risposta. Un giovanotto aveva teso un cavo fra le guglie della Cattedrale di Nôtre Dame e aveva camminato, fatto giochi di destrezza e ballato per tre ore, strabiliando la folla che stava di sotto. Nessuno aveva idea di come avesse sistemato il cavo e di come fosse riuscito a eludere il controllo delle autorità. Una volta a terra era stato arrestato con l’accusa di disturbo della quiete pubblica e altri reati.

(dalla prefazione di PAUL AUSTER a Trattato di funambolismo)

Un libro indefinibile: saggio? romanzo? narrazione?

Non si tratta di un libro che si possa ignorare e non soltanto perché è stato scritto dal più noto funambolo che abbia mai calcato le scene. Questo libro è un manuale, un saggio, un romanzo d’avventura, un trattato, un libro di poesia, un percorso di ricerca interiore. Un libro utile per qualsiasi professione, per imparare che cosa significa avere cura, fare le cose con passione, con precisione, con una continua, indefessa ricerca del miglioramento, di superamento dei propri limiti. Un libro in cui ci si confronta con la ricerca di se stessi, con un percorso interiore ed esteriore insieme, superba sintesi di mente e corpo, contro ogni dicotomia. Un percorso spirituale verrebbe da dire. Il centro di gravità, l’equilibrio non sono forse metafore del proprio sviluppo? Non si può spiegare, si deve leggere.

Philippe Petit

Autore di alcune tra le più grandi imprese mai realizzate sopra un filo, come il percorso tra le guglie di Nôtre Dame o le ora tristemente note torri gemelle del World Trade Center, autore teatrale, giocoliere, mimo, prestigiatore. Soprattutto funambolo.

Impara i primi trucchi di magia dai sei anni, l’arte della giocoleria a dodici.

A diciassette anni Philippe Petit muove i primi passi su un filo. Nel frattempo riesce a farsi espellere da cinque scuole diverse (nove secondo altri), pratica scherma, alpinismo di roccia, equitazione e si esercita nella falegnameria, nel disegno e persino nella tauromachia. Più tardi svilupperà uno spiccato interesse per l’architettura e l’ingegneria.  Si esibisce in Europa, Asia, Australia, America poi torna a Parigi dove si impadronisce di un angolo di un marciapiede e diventa un incredibile artista di strada. Frequenta la scrittura, il teatro, la poesia, la letteratura in genere. Nel corso della sua carriera ha imparato a parlare inglese, russo, spagnolo, tedesco. Dal 1974 vive a New York, nella cattedrale di St. John the Divine.

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