La doppia vita dei numeri, di Erri De Luca

aaa doppiavitadeinumeri Il teatro è un racconto in cui scompare lo scrittore. Non può scrivere: “Era una bella nottata di luna”. Lo deve dire uno dei personaggi. Gli avvenimenti sono raccontati e svolti dalle loro voci. Il teatro espelle il narratore dalla pagina, la parola passa in esclusiva a chi la pronuncia.

Gran parte di quello che metto per iscritto ha il precedente nella voce, proviene da un ascolto. Le storie che racconto affiorano all’orecchio, prima di ridursi al fruscio della penna sul quaderno a righe. Hanno il punto di partenza in forma di teatro personale, che si svolge alla lentezza della mano e della trascrizione. Mi appassiona il dialogo, lo scambio di battute, dove la parola è palla da biliardo spinta a rimbalzare tra le sponde, senza governo sulle carambole. Nel dialogo mi capita di dare torto a me stesso, di trovare impreviste obiezioni, benvenute. Sviluppo lo spirito di contraddizione, indispensabile anticorpo di un isolamento.

Il dialogo un tempo è stato uno strumento della filosofia: da Platone a Giordano Bruno i dialoghi mettevano in scena un contraddittorio tra una tesi e l’antitesi, conducendo a sintesi il lettore. Asservito in questo modo a una dimostrazione, il povero dialogo si svolgeva ammanettato di fronte a un tribunale invisibile. Invece dev’essere una creatura allo stato brado, il dialogo, e le sue parti possono avere tutte torto o venirsi incontro sulla spinta di istinti, sentimenti e altre variabili. Dialogo succede tra uno scoglio e le ali che ci fanno il nido, tra il seme e la terra, tra le nuvole e il vento, tra le onde e una barca in avaria, dialogo è lo stacco di una foglia in autunno fino all’ultima oscillazione e alla sua resa al volo. Dialogo non è un interrogatorio.

Monologo è quello del fuoco nel camino, che borbotta, sputa, scricchiola, soffia e fa una ninnananna, una preghiera, un’arringa di avvocato difensore.

Coro è il mercato, non il grande magazzino dove il cliente è incolonnato e muto con il suo carrello, ma quello all’aperto dove si grida il vanto della merce e si contratta il prezzo.

 (La doppia vita dei numeri, di Erri De Luca, Feltrinelli editore pp. 9-10)

La citazione che apre questo invito alla lettura non è dal testo teatrale che qui viene presentato, ma dall’introduzione dello stesso autore, che a suo modo riesce a parlare di teatro, di capodanno, di Napoli. Già, perché è proprio di questo che parla la storia. Un fratello e una sorella passano insieme la sera dell’ultimo dell’anno. Lei vive a Napoli, mentre lui, proprio come lo scrittore, ne è partito moltissimi anni prima. Lei è allegra, lui taciturno. Lui dalla finestra vede altre città oltre il buio, lei cerca di intavolare un dialogo festoso.  Nonostante le sue resistenze lei riesce a convincerlo, come da tradizione, a giocare a tombola, con quattro cartelle ciascuno, due le terrà lui per il padre defunto, due le terrà lei per la madre defunta e in più ne avranno due ciascuno per loro. Parteciperanno a questa serata particolarissima i fantasmi della madre e del padre dei due fratelli e la domestica, recentemente scomparsa, della donna. Una tensione forte tra memoria e futuro, una notte decisiva…

Di Erri De Luca ho già proposto inviti alla lettura:

Tu, mio: clicca qui.

– Una nuvola come tappeto: clicca qui.

– Montedidio: clicca qui.

Questi volumi si trovano scontati alla Libreria Leggere di Arezzo, per i lettori del blog.

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