Cappuccetto rosso (prima puntata)

aaacappu In seguito ad una rilettura di un bel testo di un importante studioso di storie e di folklore, che ha suscitato la mia curiosità (Zipes, 1996), ho iniziato, da qualche tempo, ad aprire le lezioni introduttive sull’orientamento narrativo (Batini, Zaccaria, 2000; Batini, Zaccaria, 2002; Batini Del Sarto, 2005; Batini, Del Sarto, 2007; Batini, Del Sarto, Perchiazzi, 2007; Giusti, Batini, Del Sarto, 2007; Batini, Giusti, 2008) chiedendo ai partecipanti (indipendentemente dalla condizione formativa o professionale e dall’età di appartenenza) di raccontarmi “Cappuccetto Rosso”. In ogni gruppo, ancor prima di qualsiasi presentazione, di qualsiasi rilevazione delle attese, di ogni possibile esplicitazione di distinguo, precisazioni, richieste, contratti formativi etc… chiedo, semplicemente: “chi è che ha voglia di raccontarci cappuccetto rosso?”

Dopo le comprensibili esitazioni, le risate sommesse, il sospetto, l’imbarazzo… c’è sempre qualcuno che decide di iniziare, solitamente supportato, di lì a poco, da altri colleghi, che vengono incitati a correggere, integrare…., generalmente sono sufficienti pochi minuti per giungere ad una sintetica versione condivisa. Quasi invariabilmente il racconto si articola in alcune fasi essenziali che ripercorrono, in modo succinto, la struttura della versione che la maggior parte degli appartenenti alla cultura occidentale condividono (modellata a partire dalla versione dei fratelli Grimm del 1812), pochissime volte mi è capitata la fortuna di assistere a delle varianti, in alcuni casi facilmente comprensibili (leggendo sino alla fine ed esaminando le varianti presenti nelle differenti versioni di Cappuccetto Rosso sarà chiaro a tutti in che senso), in altre immaginabili attraverso un processo di modificazione orale.

Non ho ancora avuto la ventura di trovare qualcuno che dichiarasse di non conoscere la fiaba in questione. In queste occasioni ho provveduto a registrare, in forma scritta, le differenti versioni raccontate e verificarne la corrispondenza con lo schema tipologico che presento qui sotto. Occorre precisare che per quanto di contesti culturali, di condizione socio-professionale, di caratteristiche anagrafiche, di provenienza geografiche anche molto differenti, i gruppi esaminati sono costituiti nella loro totalità da parlanti in lingua italiana (come lingua madre o come L2).

La struttura condivisa alla quale faccio riferimento, per inserirvi le differenti versioni, è la seguente:

Introduzione C’era una volta una bambina che si chiamava “Cappuccetto Rosso” perché indossava sempre una mantellina con un cappuccio completamente rossi, alcuni gruppi precisano che la mantellina rossa con il cappuccio era stata fatta dalla nonna e visto che la bambina non la toglieva mai, per quanto le piaceva, era stata soprannominata in quel modo.
Occasione che da origine alla storia Una volta la mamma le chiese di portare un paniere di cibo alla nonna che era molto malata, raccomandandole di non fermarsi per strada. Le varianti principali in questo caso riguardano la descrizione del cestino, della preparazione dello stesso e del suo contenuto.
Incontro con il lupo Cappuccetto Rosso, passando per il bosco, si fermò a raccogliere fiori e ad un certo punto le si avvicinò un lupo che le chiese dove sarebbe andata. La bambina che era molto ingenua disse la verità ed il lupo la precedette dalla nonna.

Questa sequenza viene solitamente ricostruita in seguito, quando ci si rende conto di aver trascurato come il lupo sia arrivato a casa della nonna, in pochi gruppi viene completamente saltata per passare direttamente all’incontro con il lupo in casa della nonna.

L’inganno Il lupo finge di essere Cappuccetto rosso per mangiare la nonna e poi di essere la nonna per mangiare Cappuccetto. Anche questa sequenza non è molto precisa, in alcuni casi si sintetizza molto il primo inganno dicendo semplicemente che il lupo andò a casa della nonna e se la divorò in un boccone.
Il culmine della tragedia Cappuccetto vedendo qualcosa di strano nell’aspetto della nonna fa una sorte di interrogatorio alla nonna che le risponde sempre con la stessa formula sino a che la domanda si riferisce alla bocca: “che bocca grande che hai!” “è per mangiarti meglio…”

La parte formulare con la ripetizione delle stesse affermazioni/domande e risposte (Nonna che orecchie grandi che hai!? Per sentirti meglio bambina mia; Nonna che naso grande che hai…) è presente nei racconti di tutti i gruppi, solitamente attraverso l’enunciazione delle domande e delle risposte che si ricordano.

Il cacciatore o lo scioglimento Arrivò poi un cacciatore che uccise il lupo, gli aprì la pancia facendone uscire la nonna e Cappuccetto rosso. L’arrivo del cacciatore è sempre presente ma difficilmente si riesce a ricostruire motivazione e modalità dell’arrivo, quasi sempre viene raccontato come se il suo intervento fosse quello di un deus ex machina.

Queste tappe rappresentano, private dei particolari che invece variano anche sensibilmente da gruppo a gruppo (come da indicazioni riportate nella tabella), lo scheletro, la struttura principale che accomuna tutti i racconti che ho ricevuto e raccolto in diciotto mesi circa di interventi. Sino a qui la lezione, dopo il breve imbarazzo iniziale citato, si svolge in allegria, con profonda e divertita partecipazione e curiosità. Una volta che il gruppo si dichiara soddisfatto della versione così come è stata progressivamente  definita (spesso con la partecipazione di molti dei componenti del gruppo), pongo la seconda domanda: “avete idea di chi l’ha scritta e quando?”. In questo secondo caso le reazioni dei gruppi sono profondamente diverse tra loro, alcuni gruppi scrollano la testa e dichiarano di non averne idea, altri azzardano interpretazioni o provano a ricordare. I nomi che vengono alla luce sono solitamente quelli di: Perrault, dei fratelli Grimm, di Andersen (sic!)… e pochi altri.

A questo punto spiego che la versione letteraria (debitamente eccettuate le innumerevoli rivisitazioni contemporanee) più prossima a quella che abbiamo stabilito essere, in sintesi, la storia di Cappuccetto Rosso, è quella dei Grimm e risale al 1812 (in realtà la versione originaria dei Grimm, poi tagliata, era duplice: c’era un secondo incontro con un altro lupo, che tornava a “provare” se Cappuccetto Rosso avesse capito o meno la lezione, cosa che, ovviamente, era avvenuta…e dunque al secondo tentativo, dopo aver tentato in ogni modo, il lupo, salito sul tetto, proprio come il lupo dei “I tre porcellini”, per attendere l’uscita da casa della nonna e di Cappuccetto muore affogato in un barile o in un trogolo cadendo dal tetto della casa della nonna, grazie all’astuzia della nonna stessa che fa riempire a Cappuccetto il barile dell’acqua in cui sono bollite le salsicce, facendo sì che il lupo si sporga per seguire l’odore che quell’acqua emana e dunque cadere di sotto sbilanciandosi)[1]. Una volta definita questa parentela ed esplicitate le principali differenze della versione che condividiamo con quella dei Grimm, chiedo al gruppo di ascoltare un’altra versione letteraria di Cappuccetto Rosso, quella di Perrault, edita nel 1697 nei suoi Racconti di Mamma Oca, ritenuta spesso la prima versione scritta di Cappuccetto Rosso. La storia raccontata da Perrault è lievemente più cruda, ma, soprattutto si chiude così: “il lupo cattivo si avventò su Cappuccetto Rosso e se la mangiò.” Nessun cacciatore dunque, nessuna salvezza finale, la tragedia rimane tale senza alcuna possibilità di redenzione. Già a questo punto le persone con le quali lavoro sono molto incuriosite, dopo qualche attimo di suspence, aggiungo la “Morale” che Perrault propone a conclusione della sua storia:

 

La storia insegna che i bimbi tutti,

specie le bimbe dolci e fresche come frutti,

dovrebbero a certi signori fare attenzione,

per non finire mangiati in un boccone.

Non tutti gli uomini son lupi cattivi,

tanti sono buoni, cortesi e inoffensivi;

ce ne sono di belli e di brutti, di astuti e di stolti,

e altri che hanno mille e più volti.

Certi, però dan la caccia alle bimbette,

inseguendole fin dentro le loro camerette.

Ahimé per quelle che fan come lo struzzo,

perché la lingua più dolce ha il dente più aguzzo.

Perrault, dunque, ritiene, palesemente, la fiaba il racconto simbolico di uno stupro e, importante da notare, crede che se una fanciulla cade vittima di questi tranelli non è semplicemente sprovveduta o ingenua, ma si rende responsabile del comportamento del lupo stesso dunque provoca il proprio stesso stupro (le relativamente recenti polemiche sui “jeans ed il consenso alla violenza sessuale” riducono lo scarto con Perrault facendocelo sembrare, terribilmente, più vicino a noi).

L’arretramento di 115 anni dalla versione dei Grimm suscita già molte riflessioni, considerazioni, domande da parte della maggior parte dei gruppi che ho incontrato…, alcuni rintracciano nella propria memoria anche frammenti di questa versione, altri la aggiungono stupiti al proprio repertorio. Andando a ritroso scompare la figura salvifica del cacciatore che dunque non era presente nella versione originale, ma anche il finale felice. Perrault decide, attraverso la morale in versi, di consegnare al proprio lettore la “giusta” interpretazione di quanto ha scritto (l’attribuzione di significato corretta), mettendo questi dodici versi proprio a conclusione della storia che tratta un tema delicato e dunque non deve essere oggetto di equivoco. Secondo altri la storia di Perrault potrebbe costituire un ammonimento a non esercitare la prostituzione: bosco e mantellina rossa sarebbero stati simboli abbastanza riconoscibili in tal senso nella Francia del XVII secolo.


[1]           Nel XIX secolo, due versioni tedesche della fiaba furono raccontate ai fratelli Grimm da Jeanette Hassenpflug (1791–1860) e Marie Hassenpflug (1788–1856). I Grimm trasformarono una delle due versioni nella storia principale, e la seconda in un seguito. La prima, col titolo Rotkäppchen, fu inclusa nella prima edizione della loro raccolta Kinder- und Hausmärchen (1812). In questa versione la ragazza e sua nonna venivano salvate da un cacciatore che era interessato alla pelle del lupo. Nella seconda storia, Cappuccetto Rosso e sua nonna, grazie all’esperienza acquisita con il primo lupo, riuscivano a catturarne e ucciderne un altro con lo stratagemma dell’acqua nella quale avevano bollito le salsiccie. La nonna fa riempire a Cappuccetto Rosso il barile che sta sotto il tetto (sul quale il lupo è salito dopo il rifiuto della nonna e di Cappuccetto di aprirgli la porta) con l’acqua odorante di salsiccia ed il lupo sentendo l’odore si sporge così tanto dal tetto da cadere dentro questo barile (che in altre versioni è un trogolo) ed affogare.

            I Grimm continuarono a rivedere la storia nelle edizioni successive; quella meglio nota è la revisione finale, del 1857, con il taglialegna che sostituisce il cacciatore.

Questa voce è stata pubblicata in Sto leggendo e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Cappuccetto rosso (prima puntata)

  1. Pingback: Cappuccetto Rosso (seconda parte) | Federico Batini

  2. Pingback: Cappuccetto rosso (terza puntata) | Federico Batini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...