Cappuccetto Rosso (seconda parte)

aaaccappppp … prosegue dalla prima puntata (clicca qui per leggere la prima puntata).

Lo stupore comincia a crescere quando però comunico loro che esistono molte versioni precedenti, relative alla tradizione orale di questa storia che si fa risalire, con molta probabilità all’XI secolo: una bambina con una mantellina di lana rossa che incontra un branco di lupi (che però non la divorano). La fonte di Perrault era, tuttavia, più probabilmente, un racconto di tradizione orale piuttosto diffuso ai suoi tempi nel nord Italia e nel sud della Francia nelle comunità di sarte, il racconto aveva una funzione iniziatica: la fanciulla sceglie il sentiero degli aghi anziché quello degli spilli, riceve dal lupo (con l’inganno) le carni della nonna e il suo sangue per cibarsene, si libera dal lupo che l’ha fatta spogliare ed andare nel letto con lui, con l’inganno a sua volta.

Il rito iniziatico è allora completato: l’apprendista è pronta a diventare una sarta, ha scelto il sentiero degli aghi (strumenti della sarta) e non quello degli spilli (che simboleggiano invece il ruolo precedente) ha “ucciso” simbolicamente la sarta vecchia (la nonna) mangiandone le carni e bevendone il sangue (dunque assumendone, come in ogni rito antropofagico i “poteri”), si è liberata autonomamente dal lupo, ed ha evitato così lo stupro, dimostrando astuzia ed autonomia. La ragazzina è divenuta adulta, mostrando di avere degli adulti tutte le caratteristiche e dunque è pronta ad intraprendere il proprio ruolo professionale.

La fiaba come costruzione del significato

Dopo queste letture e questi confronti inizia la fase di confronto e di discussione. Perché ci sono tutti questi cambiamenti per adeguare una fiaba? Quali sono le intenzioni che si celano dietro queste modifiche? Al di là delle questioni autoriali è infatti ben evidente come l’intenzione iniziatica presente nella prima versione (ricostruita in quanto proveniente da fonti orali) sia tradita completamente dalle versioni letterarie successive. Si modificano evidentemente i destinatari, si modifica però, soprattutto l’intenzione interpretativa, la funzione che viene attribuita alla storia. Ad un livello simbolico molto elevato (quello della storia iniziatica, nella quale sono presenti molti elementi con valore simbolico e in cui in fondo tutta la storia è simbolica), si sostituisce un livello simbolico più scoperto (lo stupro della versione di Perrault) con un’intenzione di ammonimento evidente ed espressa, sino ad arrivare ad una storia per bambini sull’utilità e l’importanza di essere obbedienti (nella versione dei Grimm). Sarà sufficiente notare come la presenza del cacciatore viene aggiunta soltanto nell’ultima versione, si passa dunque, nel rincorrersi dei secoli e delle versioni da una storia di autonomia al femminile ad una storia di obbedienza… dove l’elemento salvifico è rappresentato da un uomo. Da una storia che celebra l’autonomia e l’indipendenza ad una storia che celebra l’obbedienza e la dipendenza dagli altri. Le fiabe hanno dunque intenzioni precise nella costruzione dei significati e si modificano secondo il tempo (storico e dunque culturale) e secondo l’intenzione dell’autore o di colui/colei che racconta.

Se noi pensiamo al lupo, in effetti ci vengono in mente frasi come “il lupo cattivo” o “paura del lupo”, non è un caso che esistano versioni contemporanee con un cappuccetto “ecologista” che vuole liberare il lupo preso prigioniero nella trappola dei cacciatori. La fiaba esprime e conserva, rafforza, trasmette, diffonde la sensibilità del tempo, produce significati che vengono condivisi da una comunità culturale. Adempie allora ad un’importante funzione sociale: quella di condividere i significati. Come dimostrano le recenti ricerche sui neuroni specchio la condivisione di emozioni ed intenzioni avviene ad un livello biologico, preriflessivo (Iacoboni, 2008) e questo fatto è un dato di partenza molto importante rispetto alle successive interpretazioni di significato che facciamo. Siamo naturalmente, neurobiologicamente portati ad essere empatici, a rispecchiare e condividere emozioni e intenzioni, ma questa struttura è tenuta nascosta e in un certo senso “soffocata” dal livello esplicito delle nostre riflessioni, della nostra cultura, del nostro esserci abituati a condividere significati, intenzioni, emozioni, attraverso meccanismi verbali.

Le storie rivestono, in questo senso, un potente mezzo di educazione e sintonizzazione emozionale (Sunderland, 2004): le narrazioni sono uno strumento per entrare in sintonia con le proprie emozioni riconoscendole in quelle di altri (i personaggi della storia), le storie educano al riconoscimento delle proprie e delle altrui emozioni, aiutano a condividere significati e a dare un nome (dunque a esercitare un potere) a quello che prima poteva essere un “magma”, qualcosa di poco definito e dunque più difficile e complesso da gestire. Le frontiere delle neuroscienze potranno, in questo senso, fornire un contributo importante alla comprensione della nostra attrazione per le storie e del perché esse funzionino così bene per condividere e riconoscere emozioni, intenzioni e significati: il movimento empatico che ci consente di com-muoverci (che non a caso significa “muoversi con”) diventa così lo schema motorio che i neuroni specchio ci consentono di attivare quando un personaggio fa un’azione, prova un’emozione, ha un’intenzione.

Conclusioni

Cappuccetto Rosso nelle versioni che abbiamo preso in esame ha avuto, storicamente, funzioni completamente differenti. La prospettiva di condivisione di significato che qui si è esaminata, servendosi di una storia a tutti nota, ha funzionato in tutti i tempi e in tutte le versioni, il problema da porsi, in senso pedagogico è adesso quale versione dovrebbe produrre, in termini educativi, un risultato migliore. La risposta è, ovviamente, nascosta nelle nostre intenzioni: se abbiamo intenzione di educare all’autonomia o alla dipendenza, all’obbedienza o alla scelta, al conformismo o alla progettualità di ognuno.

Le narrazioni funzionano come strumento potente di condivisione, a differenza dei discorsi di tipo paradigmatico non suscitano diffidenza e difesa, vengono accettate più facilmente e più facilmente ricordate, svelano la loro intenzione in modo più graduale ed emozionale.

Le narrazioni comunicano sempre qualcosa: tanto più la strumentazione interpretativa di un soggetto è forte e matura e tanto meno potrà accettare acriticamente significati che le molteplici tipologie di storie veicolate dalla moltissime agenzie narrative odierne (la televisione, i blog, i social network, il cinema, la scuola …) gli propongono.

I significati che attribuisco agli eventi, alle relazioni, a ciò che mi accade strutturano la mia identità e la modalità attraverso la quale penso e ritengo di poterla progettare e controllare. L’equilibrio di ogni soggetto sta in una serena tensione tra ciò che è e ciò che vorrebbe/potrebbe essere, il linguaggio delle storie stimola questa tensione aiutando a intercettare le emozioni ad un livello profondo: il linguaggio piano del pensiero non è il linguaggio dell’immaginazione, ma è l’immaginazione che consente di accedere alle emozioni, di gestirle, di controllarle, di prevederle. Gli schemi comportamentali che progettiamo per il nostro futuro attingono al linguaggio ed alle facoltà dell’immaginazione, essi ci consentono di ridurre l’ansia e la paura rispetto a ciò che desideriamo o ciò che vogliamo non avvenga.

Le competenze narrative sono dunque uno dei più importanti congegni di strutturazione dell’identità dei soggetti, questo ci chiede, in ambito orientativo e pedagogico, ancora molta pratica e molta ricerca sull’utilizzo, in senso formativo, delle storie e di cosa comporta l’utilizzo delle stesse. I contributi che in questo senso potranno venire dalle neuroscienze e da tutte le scienze umane costituiranno un dialogo fecondo.

In una visione dell’orientamento come empowerment, come quella promossa dall’orientamento narrativo, diventa dunque fondamentale utilizzare, montare e smontare storie che possano favorire l’acquisizione di competenze autorientative (Batini, Giusti, 2008).

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