Un padre da film, di Antonio Skàrmeta

aaa padre da film Da quando papà se n’è andato mia madre ha cominciato a consumarsi rapidamente. Come se una folata di vento gelido l’avesse spenta.  Anch’io amavo da morire il mio vecchio. E poi volevo che il vecchio mi amasse. Ma lui era spesso assente. Scriveva lettere, la notte, con la mia Remington portatile, e le accumulava sulla scrivania per consegnarmele quando arrivava il camion a caricare le lenzuola. Erano lettere, diceva, per gli amici. Mes vieux copains. A volte, quando abbiamo bevuto un po’ d’acquavite, al mugnaio scappa qualche informazione e io lo ascolto attentamente. Ma sono piste che non portano a nulla. Tace dicendo. O dice tacendo. E’ come se avesse un patto segreto con mio padre. Un jurement de sang. Quando Pierre ha deciso di partire io mi stavo diplomando a Santiago. Una settimana prima che arrivassi a Contulmo con il mio titolo di insegnante di scuola primaria ha detto alla mamma che l’aspettava una nave a Valparaìso e che il freddo del sud cileno gli penetrava nelle ossa. Io sono sceso dal treno e lui è salito sullo stesso vagone. Nel sud del Cile i treni sbuffano fumo. Mio padre non se ne sarebbe dovuto andare la sera stessa del mio arrivo. Non sono riuscito nemmeno ad aprire la valigia per fargli vedere il diploma. Ho pianto con mia madre. 

Il padre di Jacques è partito lasciando in Cile moglie e figlio. La destinazione? Parigi. Una storia che si gioca tutta su un’assenza e sul ricordo, il ricordo del padre e la contemplazione impotente della madre che, proprio a causa di quest’assenza, viene presa da un’inguaribile malinconia che la spegne, irrigidita nel proprio dolore. Il mugnaio, grande amico del padre, pare essere l’unico che sa, ma non parla. Un alunno prediletto che vuole perdere la verginità… e allora tutto si disvela proprio al bordello di Angol, attendendo l’ora di apertura. Una lettura da un’ora dall’autore de Il Postino di Neruda.

Traduzione di Paola Tomasinelli.

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