Martini, di Pietro Grossi

aaa amartini Il grande Martini. La prima volta che lo incontrai era tutto ciò che chiunque avrebbe voluto essere. Era giovane, era bello, era gonfio di successo e il talento gli traboccava talmente da tutte le parti che parevano tre persone insieme. Portava dei pantaloni a sigaretta rossi e gialli e ai piedi degli stivaletti lucidi neri con sopra delle alte ghette bianche. Le portava sempre quelle ghette, erano la sua passione. I tre bottoni aperti della camicia e le maniche arrotolate rendevano la sua eleganza particolarmente ribelle, e i capelli scombinati riuscivano appena a mediare tra l’aria da bravo bambino del suo sorriso e quella piega da teppista dei suoi occhi azzurri.

Sedevamo su dei larghi divani di pelle rossastra, nella gigantesca hall di uno splendido albergo. Rappresentavo la sua settima intervista quel pomeriggio, ed ero giovane anche io. Sì, per descrivermelo più di una persona m aveva detto esattamente così: è tutto ciò che ognuno di noi vorrebbe essere. E solo per questo mi era parso subito insopportabile. Eppure quando mi trovai davanti al suo sorriso e i suoi pantaloni colorati e le sue ghette e i suoi occhi da teppista non potei trattenermi dal provare invidia. La sentii salire dal profondo dello stomaco come un’onda calda del Mar dei Caraibi, mandandomi in bollore tutto il corpo. Era maledettamente innegabile: anche io avrei voluto essere come lui.

Tra l’altro aveva effettivamente scritto un gran libro. Era il semplicissimo resoconto di tre giorni di un giovane vagamente disturbato in una metropoli. Anche a quello mi ero avvicinato con sospetto, convinto che fosse un’altra bufala. E invece, quando una sera di qualche settimana prima lo avevo preso in mano, pur di finirlo ero andato avanti a suon di caffè per buona parte della notte. Era un libro straordinario, c’era poco da fare, scolpito in quella materia destinata a resistere a tutte le intemperie. Era semplice e preciso, affilato come un rasoio, con di tanto in tanto dei momenti di poesia talmente struggenti da sentire la pelle che si staccava dalla carne. Poi aveva quel titolo, Tu, che dal primo momento ti guardava negli occhi e non ti lasciava respiro.

 (Pietro Grossi, Martini, Sellerio editore, Palermo, 2010)

La voce narrante fa un’intervista a questo personaggio così incredibile, uno scrittore di recente successo, successo incontenibile dovuto a un micidiale mix costituito da un romanzo effettivamente eccezionale, come deve ammettere, suo malgrado, la voce narrante prima di incontrare Martini (il motivo per cui gli viene affidata l’intervista è proprio questo) e un indiscutibile fascino magnetico personale (anche questo viene ammesso candidamente dall’intervistatore). Il giovane giornalista, partendo dalla prima intervista, dal primo incontro in assoluto con lo scrittore Thomas J. Martini, ripercorre poi le tappe della loro intera amicizia. Si tratta di una di quelle amicizie strane, forse nemmeno definibili come tali, costruite su lunghi silenzi, importanti frasi e incontri più o meno casuali. Si verifica poi una sorta di incrocio: il grande scrittore che perde “l’ispirazione” e il giovane giornalista che dalla scrittura giornalistica passerà alla scrittura di gialli. Descrizioni affascinanti, una donna fatale e tanto alcool.

Racconto lungo o romanzo brevissimo Martini è una lettura da non interrompere. Si apre e si chiude, tutto in una volta.

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