Lettera aperta al Governo sulla disoccupazione giovanile

Mi perdonerà il Ministro Carrozza se questa lettera aperta non si rivolge soltanto a lei, ma anche al collega Giovannini e al presidente Letta: il tema è decisivo.

disocc1Ho letto con ansia dei provvedimenti varati dal governo in materia di occupazione giovanile. A fronte di una situazione tragica in questo ambito, nel quale il nostro paese sfiora (e in alcune regioni supera di gran lunga) il 40% di tasso di disoccupazione dei giovani, avete ritenuto opportuno definire un vantaggio fiscale per le nuove assunzioni. In una sorta di copione già scritto e già visto avete previsto, cioè, per coloro che assumeranno ragazzi/e che rispondono a determinati requisiti (disoccupazione da oltre sei mesi, o titolo di studio inferiore al diploma della secondaria di secondo grado, o ancora avere un familiare a carico) un contributo mensile che riduca il costo del lavoro, ovvero che consenta al datore di lavoro di avvicinare notevolmente il costo del singolo lavoratore al netto che quest’ultimo percepisce in busta paga. Il contributo è, prevedibilmente, riferito ai contratti a tempo indeterminato.

Non credete che questi provvedimenti (che al massimo possono fruttare 12.500 posti di lavoro e non i 200.000 annunciati) in realtà favoriranno grandi gruppi che avrebbero assunto comunque … dando ai soliti noti l’ennesimo vantaggio? Questi sarebbero stimoli all’occupazione giovanile? Con la completa assenza di politiche attive?

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10 risposte a Lettera aperta al Governo sulla disoccupazione giovanile

  1. paolo vitale ha detto:

    queste misure sono propaganda. Fare un ragionamento serio vorrebbe dire altro:
    1) registrare i fabbisogni reali del territorio (su base regionale);
    2) spingere le università alla collaborazione nella responsabilità dell’occupazione: basta essere produttori di laureati, il governo deve iniziare a dare contributi solo sulla base della corrispondenza tra fabbisogni occupazionali (proporzionalmente, nell’ambito economico locale, nazionale, internazionale e di ricerca);
    3) monitorare l’andamento reale degli studi e dei programmi in relazione con le richieste delle abilità avanzate dalle aziende.

    Dare soldi per assumere lavoratori giovani o meno giovani con competenze inutili e incomplete non ha senso nè oggi nè domani.

    • federicobatini ha detto:

      Mi spiace Paolo ma non sono d’accordo. L’istruzione scolastica e l’università debbono guardare al futuro e non rispondere alle esigenze e necessità delle aziende che, nel migliore dei casi, possono dire solo ciò che serve loro subito (e non quando i ragazzi che sono inseriti nei percorsi formativi li completeranno). Ci manca solo che facciamo dipendere l’istruzione dai fabbisogni…. sarebbe una sconfitta sulla sconfitta. In quanto a produrre laureati i nostri sono così pochi che il problema non me lo porrei proprio…

      • Paolo Vitale ha detto:

        lavor nelle aziende e in particolare dialogo con uffici risorse umane e responsabili/dirigenti che decidono dove condurre le aziende e con addetti alla selezione (di società di ricerca e agenzie per il lavoro), quello che dico è dettato dall’esperienza sul campo: centinaia e centinaia di ricerche di lavoratori che non portano a nulla perchè i giovani sul mercato mancano o delle conoscenze giuste o delle lingue richieste o della disponibilità a muoversi. E’ un dramma. Tenuto conto che le università non sono più al passo con le richieste del mondo del lavoro, chi glie lo dice ai ragazzi cosa verrà loro chiesto appena si affacceranno sul mercato?
        Sul discorso dell’istruzione io penso che fino alla scuola dell’obbigo vale il concetto del valore dell’istruzione come formazione generale e globale del giovane, dall’università in avanti, l’istruzione dev’essere messa in correlazione con il mercato del lavoro se no ragazzi e famiglie buttano via gli anni migliori, soldi e sogni e questa è la cosa più triste. Incontro regolarmente neolaureati che dopo brillanti 110 si rendono conto che i loro studi e le loro ricerche e specializzazioni non portano a nulla di concreto. Non li vedo così felici e insieme dobbimao ricominciare a ragionare per costruire da zero il futuro.
        Sul tema dei laureati, i dati parlano chiaro: ne produciamo pochi non in assoluto (!) ma in relazione ai singoli indirizzi universitari,….cioè un sacco in alcune materie e pochissimi (sotto i fabbisogni) in altre.
        Fidati, le aziende, sanno di che tipo di compentenze hanno bisogno. Anche io sono contrario a “spingere” i ragazzi verso alcuni studi, figurati, ma un orientamento correto e leale non può prescindere dallo spiegare la situazione ai ragazzi.

      • federicobatini ha detto:

        Paolo io comprendo il tuo punto di vista, ma non sono d’accordo… tutto qui. Non credo che un’azienda anche illuminata sia in grado di dire, con precisione, quali competenze gli serviranno tra sette anni (il tempo occorrente per modificare un corso di laurea, impiantarlo e perché i ragazzi del primo anno arrivino in fondo)…Le Università non sono mai state al passo con il mercato del lavoro e non debbono starci, devono formare ciò che ancora non c’è… poi se si parla di inadeguatezza … certo siamo estremamente d’accordo ma non per i motivi che enuclei tu, faccio brevissime considerazioni:
        – per far apprendere le lingue non occorre modificare gli impianti universitari, occorre favorire l’apprendimento di due lingue dall’istruzione elementare, puntandoci e lavorando sulle didattiche (che peraltro per l’insegnamento delle lingue sono piuttosto avanzate) e occorre premiare i docenti universitari che sono disponibili a fare lezione in una lingua differente dalla propria (a loro scelta);
        – dire che l’università deve essere collegata con il mondo del lavoro è quasi un’ovvietà… chiaro che occorre imparare una professione, ma pensare di orientare i ragazzi sulla base delle necessità occupazionali del territorio è una pratica già utilizzata ampiamente e fallita;
        – dire che ragazzi e famiglie buttano tempo e soldi se non imparano qualcosa di immediatamente spendibile è, invece, una bestemmia, se non credi a me confronta i risultati OCSE su relazione tra titolo di studio, occupazione, soddisfazione per l’occupazione;
        – i sogni, invece, non si coltivano certo facendo l’università che, secondo qualche “esperto”, sarebbe più utile rispetto alle necessità occupazionali… del territorio in cui insistono (se sono laureato e dunque aspiro a livelli occupazionali alti posso anche spostarmi, no?);
        – l’Università in Italia riguarda ancora una nicchia, perdonami Paolo ma io non so davvero come tu faccia a dire che non produciamo pochissimi laureati in numeri e termini assoluti? conosci i dati? ci sono postati qui in altro articolo, con fonti incontestabili e link alle varie analisi, vai a guardarle e poi discutiamo ma con una base dati adeguata di comune riferimento;
        Se non hai voglia di cercare ecco il link: https://federicobatini.wordpress.com/2013/07/02/quante-bugie-su-scuola-e-universita/
        – quali sarebbero, secondo te, le aree disciplinari in cui ne produciamo troppi? davvero curiosa questa è la prima volta che la sento…
        – incontri neolaureati che con il loro 110 ci fanno poco? be’ ovvio che dobbiamo cambiare alcune cose e io, nel mio piccolo, cerco di farlo, con quali risultati lo dovrebbero dire i miei allievi e il tempo, ma da qui a dire che il problema è che le Università si facciano dettare il curricolo dalle aziende, … be’ questo non accade nemmeno negli Stati Uniti;
        – l’orientamento non è cercare di indirizzare verso una scelta, bensì fornire le competenze perché ciascuno possa farle da solo le scelte.
        grazie della discussione.

      • paolo vitale ha detto:

        non siamo d’accordo su tante cose e può starci, del resto non credo che abbiamo bisogno di convincerci a vicenda, no? Semmai allargare le nostre reciproche vedute.
        Raccolgo il tuo imput relativo ai dati e ti dico brevemente che il numero dei laureati non va mai preso in assoluto ma in relazione alle richieste di mercato. Ad esempio, nelle materie umanistiche produciamo più laureati di quanto l’italia ha bisogno (lettere, giurisprudenza, architettura, psicologia, filosofia, storia) mentre siamo carenti in laureati tecnici (matematici, ingegneri, medici, project manager in ambiente digitale, …).
        Saluti!

  2. federicobatini ha detto:

    certo Paolo, anzi ti ringrazio per il dibattito… si tratta solo di due impostazioni… tu riconduci tutto al mercato, io ritengo che il mercato si possa e si debba influenzare… Vi sono evidenze empiriche di come i laureati eccellenti riescano ad aprire settori che non esistevano. Se noi infatti rispondessimo al mercato e stop, l’Italia degli anni ’50 sarebbe rimasta con milioni di analfabeti… il mercato non aveva bisogno del 100% di diplomati. Nessuna teoria economica disdegna l’incremento medio dei livelli di istruzione… e questo me l’ha insegnato un economista 😉

    • Paolo Vitale ha detto:

      questo dialogo si fa interessante…. 🙂
      tocchi un argomento molto molto interessante: la fotografia degli anni 50 (e anche 60 e 70 direi).
      Anche io come te ho piena dimostrazione che in quegli anni, il fatidico dopoguerra, i laureati hanno portato tanto tantissimo nelle aziende dove c’erano solo diplomati: non è stato tutto rose e fiori, per carità, però hanno contribuito enormemente all’innalzamento degli standard, della tecnica e degli affari delle imprese italiane. Tutto vero e documentato. Qual’era la loro forza? Avere conoscenze che i diplomati non avevano e che spessissimo gli imprenditori stessi non avevano. Venivano dalle università che fornivano loro contenuti che erano “più avanti” rispetto alla media delle conoscenze presenti nelle aziende. Oggi il problema è proprio questo (e per questo nel mio primo commeno al tuo post cito il coinvolgimento delle università): oggi le università non sono all’avanguardia nè sono sintonizzate con i bisogni del mercato (ATTENZIONE: non il mercato del lavoro, ma il mercato dei settori di riferimento: ad esempio le costruzioni meccaniche, il settore dell’economia digitale, ecc…) e quindi i laureati di oggi (ma anche degli anni 90 e 2000) non riescono ad essere appetibili, non fanno la differenza, non portano know how interessante e quindi spendibile. Le conoscenze apprese oggi all’università sono fortemente carenti rispetto a quanto richiesto fuori dall’università. Sono felice dell’incremento medio dell’istruzione, sei d’accordo nell’unire gli sforzi per evitare che questo incremento non resti fine a sè stesso?

      • federicobatini ha detto:

        Ti ripeto Paolo sono d’accordo sul fatto che nell’Università molte cose debbano cambiare, ma non nella direzione da te indicata, non cioè per rispondere a bisogni di un territorio espressi in termini di competenze. Dovremmo, questo sì, fare una riflessione seria sulle competenze in esito dai percorsi di laurea triennale e laurea specialistica (concentrandosi più su quelle trasversali e specialistiche durevoli) e sulla didattica universitaria eccessivamente centrata sulla lezione frontale.

      • Paolo Vitale ha detto:

        si può iniziare anche da qui

      • federicobatini ha detto:

        ? cioè, scusa? da dove? se ti riferisci a quanto scritto da me… non sarebbe un inizio, sarebbe già una soluzione 😉

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