Non so che fare!

“Cosa ti piacerebbe fare da grande, figliolo?”
Venni colto alla sprovvista. Non avevo mai avuto dubbi su cosa avrei fatto. Avrei continuato a fare il contadino. Avrei coltivato quello che era possibile e me la sarei cavata nel migliore dei modi, proprio come aveva fatto papà. Mi resi conto che forse avevo la possibilità di scegliere e, di fronte a quella domanda, mi accorsi anche di avere una risposta.

“Mi piacerebbe scrivere delle storie” dissi. Quelle parole mi saltarono fuori dalla bocca con grande naturalezza. Probabilmente era un po’ che covavo quell’idea dentro di me, ma ora che Doc Travis mi aveva portato quelle riviste e che papà mi aveva fatto quella domanda in maniera tanto diretta, era venuto il momento di prendere una decisione.
Papà gridò: “Fermati!” a Clancy, poi si voltò dalla mia parte e mi guardò. Ebbi la terribile, pesante sensazione di aver dato la risposta sbagliata. “E allora?” chiese. Per un istante, considerai l’ipotesi di cambiare risposta, ma temevo che mi avesse sentito bene e che stesse solo assicurandosene. “Mi piacerebbe scrivere delle storie” dissi nuovamente. “Come quelle delle riviste che mi ha portato Doc Travis.”

“Delle storie?” chiese papà.
“Sissignore.” “Vuoi dire, inventare e scrivere delle storie?” “Sissignore.” Papà restò in silenzio per un momento, riflettendo. Iniziai a sentirmi a disagio a proposito della carriera che avevo appena scoperto di voler intraprendere. Dal tono di voce di papà, intuii che per me aveva pensato a diverse attività, ma tra queste non figurava certo scrivere storie per riviste. 

Dopo un po’, chiese: “Pagano qualcuno per farlo? Per inventarsi delle storie?” A dir la verità, a quell’aspetto della mia carriera non ci avevo pensato. E se non ti pagavano per scrivere storie? E se quelle storie le scrivevano dei tizi ricchi per puro divertimento? Se quei tizi non avevano nient’altro da fare che bighellonare e scrivere storie e leggere libri? Voglio dire, chi ti paga per permetterti di spassartela? L’unico tipo di lavoro che avessi mai conosciuto non era affatto uno spasso. E la paga non era certo granché, appena sufficiente per continuare a mettere qualcosa sotto i denti. Però fui abbastanza temerario da dire: “Penso di sì, papà.”

Lui annuì. “E perché lo vorresti fare, figliolo? Perché vorresti scrivere storie?” “Perché sì” risposi. “Sento che devo farlo.” Ed era vero. Più ci pensavo e ne parlavo, e più ero determinato a diventare scrittore. Era un’idea che mi faceva stare bene, come bere una bella tazza di caffè caldo in una mattinata fredda e lasciarlo arrivare nello stomaco. Mi aspettavo che papà mi facesse un bel discorsetto sul senso pratico, ma invece mi sorprese. “Bene, figliolo, se è questa la tua aspirazione, penso che debba imparare come si fa. Dovrai andare a scuola più spesso, considerato che hai saltato un bel po’ di lezioni.” Non stava parlando a vanvera. Avevo saltato molti giorni di scuola. Abitando dove abitavamo, non disponendo di un’automobile e considerato che papà aveva bisogno del mio aiuto in casa, non avevo molte opportunità per raggiungere il paese e andare a scuola. A volte, ultimato il raccolto o quando c’era poco da fare, salivo sul mulo e mi recavo in paese per frequentare il maggior numero di ore di lezione possibile. Ma, alla fine dell’anno, non è che fossero poi molte.

“Non so come riusciremo a farlo, papà. Tu e mamma avete bisogno di me qui.”
Non replicò. “E non ti serve una di quelle macchine da scrivere che mettono le parole sulla carta?”
Non ci avevo pensato. “Sissignore. Penso di sì.” “Dovresti imparare a usarla, se ne avessi una, giusto?” “Sissignore.” “Ovviamente, dovresti procurarti la carta e tutto il necessario per una macchina da scrivere.” “Sissignore” dissi. “E poi dovresti scoprire dove si può vendere quello che hai scritto.”
“Sissignore, immagino di sì.” Stavo iniziando a pensare che papà volesse evidenziare i punti deboli del mio piano, cercando di farmi tenere i piedi per terra, ma continuò a parlare e capii che mi sbagliavo. “Ora che ci penso, potresti trovare gli indirizzi utili a cui mandare le tue storie controllando sulle riviste che leggi.” […] “Bene, se davvero è questo che vuoi fare… Se vuoi scrivere quelle storie, allora la decisione spetta a te. Ma io la tua possibilità, in un modo o nell’altro, te la concederò. Capito?”
“Sissignore.”

(Joe Lansdale, L’ultima caccia, Fanucci, Roma 2006)

Ci auguriamo di avere tutti un adulto come questo di fronte, nel momento delle scelte definitive. Quello citato qui sopra… è il primo brano utilizzato in NON SO CHE FARE.

La copertina, clicca qui: Non so che fare

Non so che fare è un percorso costruito, insieme a Simone Giusti, per “allenare” le competenze di scelta. Si tratta di un testo costruito come un “quaderno” da riempire.

Il metodo di riferimento è l’orientamento narrativo: clicca qui per saperne di più e qui per sapere come si fa a imparare a usarlo.

Si tratta di storie legate alla scelta, alle scelte che personaggi di vario tipo si trovano a fare e dopo ogni brano c’è un’attività tesa ad allenare le competenze di scelta e quelle progettuali.

Edito da Loescher e ideato da Federico Batini e Simone Giusti.

Nella stessa collana Non mi importa di voi (storie per le competenze di cittadinanza), Non mi vedo (storie per l’identità).

I quaderni sono pensati per essere usati in classe sotto la guida di un’insegnante, ma anche in gruppi di ragazzi/e autogestiti. Alla fine del percorso rimarrà un interessante testimonianza del tragitto fatto da ciascuno. Ciascun quaderno ha il costo di 5 euro.

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